I cinesi tornano nelle boutique, ma il settore lusso va ripensato

Mariarosaria Marchesano

Nel giorno della riapertura il negozio di Hermès che si trova nel mall di Taikoo Hui ha incassato 2,7 milioni di dollari. Ma secondo le previsioni di McKinsey nel 2020 la contrazione della domanda globale nel comparto sarà tra il 35 e il 39%

Milano. Appena usciti dal lockdown, i cinesi sono corsi a fare shopping di beni di lusso facendo sperare nella ripresa dei consumi di questo settore, che secondo le previsioni di McKinsey vedrà nel 2020 una contrazione della domanda a livello globale compresa tra il 35 e il 39 per cento e un ripensamento nel modo di produrre.

 

Nel giorno della riapertura, l’11 aprile, la boutique di Hermès che si trova nel mall di Taikoo Hui, nella città di Guangzhou (a nord ovest di Hong Kong), ha incassato 2,7 milioni di dollari, la cifra più alta che una boutique in Cina abbia realizzato in un solo giorno. Acquirenti di tutta la provincia del Guangdong, una delle aree più ricche del paese, si sono riversati nel negozio per acquistare accessori di moda, profumi, pelletteria, abbigliamento. Pare che borse rare come una “Birkin himalayana” tempestata di diamanti siano state vendute nel negozio a due piani. Foto e filmati postati dai clienti sui social media cinesi più popolari come Weibo e Xiaohongshu hanno confermato il gran traffico nel punto vendita di Hermès.

 

Che si tratti di “revenge spending” , cioè l’acquisto di prodotti “per vendetta”, come reazione all’isolamento, oppure di un fisiologico ritorno allo shopping, la notizia è stata accolta in modo positivo dagli analisti europei perché potrebbe dare un’idea di come sarà la ripresa di moda e lusso nei paesi che hanno ancora il blocco. Secondo il National Bureau of Statistics of China, nel periodo gennaio-febbraio 2020, le vendite domestiche di abbigliamento e accessori hanno segnato un calo del 33,2 per cento. Così la riapertura col botto di Hermès porta una ventata di speranza per i brand del lusso attivi nel territorio cinese, e non solo, che si preparano alla ripartenza. 

 

Proprio ieri, Confindustria Moda, la federazione del tessile, moda e accessori che raggruppa oltre 65 mila imprese che danno lavoro a più di 58 mila addetti in Italia con un fatturato che sfiora 100 miliardi, e le organizzazioni sindacali nazionali hanno firmato un protocollo per definire le modalità della ripresa produttiva in sicurezza. Tuttavia, l’incertezza sui tempi di ritorno alla piena normalità permane e secondo uno studio condotto da McKinsey e The Business of Fashion su scala globale, “I leader del settore dovranno abituarsi a uno scenario caratterizzato da incertezza ed essere pronti a potenziali ritorni delle chiusure in futuro”.

 

Nel peggiore dei casi, cioè, se la chiusura dei negozi dovesse protrarsi per oltre due mesi, l’80 per cento delle aziende quotate del settore in Europa e negli Stati Uniti potrebbe trovarsi in una situazione di difficoltà finanziaria, provocando una crescita del numero dei fallimenti nei prossimi 12-18 mesi. Ma anche in uno scenario più soft bisognerà fare i conti con gli altri fattori che influenzeranno le scelte di spesa. Secondo la ricerca, il 75 per cento dei consumatori crede che l’impatto della crisi generata dal Covid-19 sulla propria situazione finanziaria durerà più di due mesi e questo genera una preferenza per i beni di prima necessità rispetto a quelli voluttuari. Insomma, la reazione dei ricchi cinesi di Guangzhou potrebbe non essere poi così indicativa in un discorso più allargato. Questo ed altri motivi, come catene di approvvigionamento globali che hanno esposto le aziende a blocchi in più paesi, potrebbero portare a un ripensamento dei modelli produttivi. Il che darebbe ragione a Giorgio Armani, che in una lettera al quotidiano americano Wwd (Women’s Wear Daily) ha invitato il sistema moda a “rallentare, tagliare gli eccessi e a riprendersi le stagioni” condannando la consegna “senza fine” sui cui è basato oggi il mondo del fashion.

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