Il virus del rimpatrio

Micol Flammini

In Ucraina vengono assaltati gli evacuati e in America chi torna dalla Diamond Princess è molto arrabbiato

Roma. Nella memoria ucraina, dell’est Europa in generale e non soltanto, Chernobyl è il luogo dell’intoccabilità. Il luogo della morte, al di là di una strana forma di turismo rianimatasi dopo la serie tv di Hbo dello scorso anno, ed è anche il luogo della vergogna. Quello che è di Chernobyl deve rimanere a Chernobyl, e così se qualcosa sembra strano, pericoloso, letale è a Chernobyl che deve essere mandato e rinchiuso. Così in Ucraina, alcuni manifestanti, qualcuno ubriaco e tutti sicuramente violenti, giovedì sera hanno preso d’assalto i sei autobus che trasportavano all’ospedale di Novi Sanzhary 72 persone evacuate da Wuhan, il focolaio della crisi sanitaria del coronavirus, e urlavano ai malcapitati di andarsene a Chernobyl. Nel luogo intoccabile per sempre. L’arrivo degli autobus nella regione di Poltava è stato accolto da lanci di sassi e da incendi, attacchi contro gli evacuati diretti verso la loro quarantena in ospedale. I manifestanti volevano cacciare i rimpatriati, tra i quali c’erano anche ventisette stranieri, e se la prendevano con la scelta del presidente Volodymyr Zelensky di accogliere chi aveva bisogno. Il presidente aveva chiesto agli ucraini di essere solidali e aveva detto che bisognava combattere contro un pericolo più grande del virus: “Il pericolo di dimenticare che siamo tutti umani e tutti ucraini. Ognuno di noi, anche coloro che si sono ritrovati a Wuhan durante l’epidemia”. Il governo ha aperto un’inchiesta per cercare i responsabili. Tanta rabbia e tanta paura, secondo i servizi segreti di Kiev, sono nate da una mail falsa, partita da un account, anche questo falso, del ministero della Sanità, che avvisava i cittadini che stavano per arrivare da Wuhan, il focolaio dell’epidemia, delle persone infette. Non era vero, per il momento tra i rimpatriati non ci sono contagiati.

 

La paura del rimpatrio, dei rimpatriati, dei contagi, dei corpi degli untori non è una caratteristica soltanto ucraina. Anche l’America, senza sassi scagliati e senza incendi, nel momento in cui ha deciso di riportare a casa i passeggeri della Diamond Princess, dopo i quattordici giorni trascorsi in quarantena nel porto di Yokohama, in Giappone, ha affrontato la questione dei rimpatri con mille dubbi e diversa rabbia. Prima di decidere come comportarsi con i quattordici cittadini risultati positivi al virus e con gli altri americani, il dipartimento di stato e il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) hanno discusso a lungo sulle modalità di rimpatrio. Per il dipartimento tutti i cittadini dovevano essere trasportati insieme, per la Cdc i cittadini malati non potevano essere riportati negli Stati Uniti, e se sì, sicuramente non assieme ai sani, trecento. Ha vinto il dipartimento: scegliere “è stato un incubo”, ha detto un funzionario americano coinvolto nella decisione al Washington Post, ma alla fine tutti i passeggeri sono tornati insieme in due Boeing 747 con gli infetti in isolamento circondati da medici. Tutti adesso dovranno affrontare un nuovo periodo di quarantena, il governo americano ha detto che non accetterà la quarantena a bordo della Diamond Princess come prova, sulla nave da crociera c’è stata la maggior concentrazione di casi di coronavirus al di fuori della Cina, 356 casi di infezione.

 

Gli Stati Uniti hanno contestato la scelta del Giappone di tenere i passeggeri in quarantena su una nave e così i cittadini rimpatriati subiranno un doppio periodo di isolamento. Sono loro ad aver reagito con rabbia, la rabbia di non poter riprendere la loro vita dopo quattordici giorni trascorsi in un porto. Vogliono tutti tornare alla loro quotidianità, c’è chi la vive come una pena detentiva e chi teme che una nuova quarantena possa costare molto, un passeggero ha detto alla Cnn che altre due settimane lontano da casa gli farebbero perdere 50 mila dollari, “è finanziariamente devastante” e anche emotivamente. Oltre al virus, il Covid-19 di cui la medicina sta cercando di sapere sempre di più, la crisi sanitaria di questi mesi sta lasciando spazio ad altre malattie. La paura del contagio, l’ossessione dell’untore e la rabbia, quella degli ucraini che non vogliono i rimpatriati e quella dei rimpatriati americani che vogliono riappropriarsi della normalità. Poi c’è il senso di colpa di chi si è trovato nel posto sventurato al momento sbagliato, ed è stato contagiato dal virus.