Economia della paura

Stefano Cingolani

Il contagio in Cina, poi le tempeste in Europa, ora le cavallette in Africa. La psicologia è il lessico della finanza, e l’isteria è la malattia più diffusa

Non basta la Brexit, non basta nemmeno la polmonite virale, è arrivata anche la tempesta Ciara che dalle isole britanniche battute dall’ira di Eolo si è estesa all’Europa continentale bloccando aerei, treni, strade, città. Intanto il coronavirus sembra più grave del previsto, vediamo solo la punta, non l’iceberg, sostiene l’Organizzazione mondiale della sanità, e la Cina è sempre più isolata. E per non farci mancare nulla, ecco le cavallette: devastano il Corno d’Africa, si levano in volo dalla penisola araba, attraversano il Mar Rosso, il percorso inverso rispetto a Mosè, sono sciami immensi con un diametro di diversi chilometri. Una migrazione, secondo le Nazioni Unite, 100-200 miliardi di esemplari, diffusasi ormai in quasi tutta l’Africa orientale, Kenya, Somalia, Etiopia, dove “ci sono 13 milioni di persone in una situazione di insicurezza alimentare acuta, 10 milioni nei luoghi colpiti dalle locuste”, ha spiegato Mark Lowcock, capo degli Affari umanitari dell’Onu.

 

L’Armageddon s’avvicina? Vuoi vedere che la piccola Greta ha ragione? D’altra parte l’Unione europea ha già fissato le date della fine del mondo così come l’abbiamo conosciuto: il 2030 con i suoi 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile già decisi dall’Onu e il 2050 per ripulire l’atmosfera da tutta la sporcizia che abbiamo prodotto negli ultimi due secoli durante i quali l’umanità è cresciuta più di quanto non abbia fatto nei duemila anni precedenti.

 

Contagio, pandemia, paura, effetto gregge. L’economia prende a prestito il lessico dalla medicina e viceversa. Euforia e panico, lo storico dell’economia Charles Kindleberger ha intitolato proprio così la sua storia delle crisi finanziarie diventata un classico. “Il fatto fondamentale – scrive – è che a un certo punto interviene un fattore che cambia le prospettive economiche… il sistema finanziario attraversa una sorta di angoscia durante la quale la corsa a invertire il processo di espansione può diventare così precipitosa da somigliare al panico”. E’ quel che abbiamo visto nel settembre 2008 dopo il fallimento della Lehman Brothers. Ma il meccanismo descritto ha una portata ben più ampia.

 

Contagio, pandemia, paura, effetto gregge. L’economia prende a prestito il lessico dalla medicina e viceversa. Euforia e panico

Ormai la psicologia è diventata la nuova frontiera dell’economia. Se ne sono accorti anche i “saggi” che assegnano il Nobel. Nel 2017 il premio è andato a Richard Thaler, il quale ha contribuito a strutturare e diffondere quella che si chiama economia comportamentale. In realtà, questa disciplina parte da un presupposto più complesso: capire il contesto a 360 gradi, il ruolo dei diversi sistemi di funzionamento del cervello e delle sue connessioni con l’ambiente, ma anche come incide il passare del tempo e l’impatto delle informazioni disponibili in merito ad una scelta, al modo in cui le comprendiamo e le diamo una certa attenzione, modificando di conseguenza il nostro agire quotidiano. I tempi della matematica applicata alla economia sono superati, l’egemonia culturale dei logaritmi è agli sgoccioli. Ne “La spinta gentile”, titolo italiano del suo libro più famoso (“Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness”), scritto nel 2008 con Cass Sunstein, Thaler sviluppa i lavori dello psicologo israeliano Daniel Khaneman anch’egli vincitore del Nobel nel 2002, e divide gli individui in due macro-categorie: gli Econi, completamente razionali e quindi capaci di prendere sempre la decisione razionalmente corretta, e gli Umani, cioè tutti noi che non sempre facciamo la scelta migliore, noi che “sbagliamo in modo sistematico” e per questo continuiamo ad avere paura al di là di ogni ragionevole dubbio perché agiamo seguendo il nostro “sistema impulsivo” e l’inerzia.

 

Abbiamo avuto paura nei primi anni Sessanta, e che paura, abbiamo persino sfiorato la guerra nucleare. Ma allora prevalse l’euforia, lo stato d’animo positivo del Dopoguerra continuò per tutto il decennio, finché non arrivò lo Yom Kippur quando il mondo occidentale si scoprì vulnerabile. Il 6 ottobre 1973 Egitto e Siria si mossero a tenaglia contro Israele prendendo di sorpresa l’esercito di David. Il contrattacco scattato cinque giorni dopo, cambiò le sorti del conflitto che si concluse il 23 ottobre dopo che gli Stati Uniti fecero pressione su Tel Aviv affinché gli israeliani non distruggessero la terza armata egiziana intrappolata nel Sinai. Intanto, il 16 ottobre i paesi arabi membri dell’Opec, l’organizzazione dei produttori petroliferi, avevano aumentato il prezzo di un barile di greggio da 3 a 5 dollari imponendo l’embargo contro i paesi che appoggiavano Israele.

 

Fu la prima crisi petrolifera, seguita nel 1979 da una seconda, conseguenza della rivoluzione iraniana che rovesciò lo scià Reza Pahlavi e portò al potere il regime degli ayatollah guidati da Khomeini. Improvvisamente l’oro nero, rimasto a buon mercato dalla fine della Seconda guerra mondiale, divenne una risorsa cara e rara. Il mondo sviluppato sperimentò l’austerità, in Italia si fece ricorso al blocco delle auto la domenica (la prima fu il 2 dicembre 1973), più come scelta simbolica che pratica. Un immenso flusso di ricchezza passò dai paesi ricchi a una parte di quelli classificati come Terzo mondo. Ma il sistema seppe reagire. I petrodollari, allora si chiamavano così, vennero investiti nelle banche e nelle imprese occidentali (gli arabi nella Daimler Benz, i libici nella Fiat), l’inflazione provocata dal rincaro del greggio fu stroncata da una politica monetaria rigorosa a cominciare dal 1979 negli Stati Uniti, le vittorie di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e di Ronald Reagan negli Stati Uniti segnarono il riscatto del capitalismo anglo-americano, aprendo la strada a un lungo periodo senza paura, quegli intrepidi anni Ottanta del secolo scorso alla fine dei quali crollò il muro di Berlino, cominciò a implodere l’Unione sovietica e con essa non solo il “socialismo reale”, ma il comunismo come ideologia e come utopia.

 

L’onda lunga si trasmette al decennio Novanta con la nuova globalizzazione, cioè la risposta americana alla scomparsa del Grande Nemico. I primi tremori, chiari segnali di un mutamento dello stato d’animo collettivo, accompagnano la svolta del secondo millennio. Scoppia la bolla dot.com, come viene chiamata, sono le imprese nate come funghi da quando si era aperta internet, cioè dopo che nel 1991 il Cern di Ginevra aveva lanciato il www, il world wide web, la condivisione delle informazioni in ipertesto, insomma la rete che oggi collega il mondo intero. Le conseguenze finanziarie sono forti, ma il crac non si trasforma in una vera recessione mondiale, ha invece un effetto razionalizzatore nel campo che diventerà dominante facendo emergere colossi come Google e Amazon.

 

Il prodotto lordo mondiale dovrebbe scendere quest’anno dello 0,3 per cento. Allora perché parlare di tracollo, tonfo, recessione?

Il vero colpo al cuore del sistema viene con il grande terrore. L’11 settembre 2001, l’attacco dei terroristi islamici legati (più o meno direttamente) alle componenti radicali e wahabite dell’Arabia Saudita, ha anche un valore simbolico le cui conseguenze durano ancora. Il nemico è il modello americano allora trionfante: il World Trade Center, le torri gemelle, il monumento alla globalizzazione; il Pentagono centro della potenza militare; la Casa Bianca cervello politico dell’Occidente intero. Il passo successivo è seminare il panico in borsa, e le autorità americane si convincono che sta covando un grande assalto a Wall Street da parte della grande finanza musulmana. Non è così.

 

I principi e gli sceicchi del Golfo Persico capiscono che con Sansone sarebbero morti anche tutti i filistei, tanto intrecciate sono le loro sorti con quelle del capitalismo americano e occidentale. La folle strategia di Osama bin Laden getta nello sconcerto la sua stessa famiglia, tra le più ricche e potenti dell’Arabia Saudita. Quanto all’Iran, gli ayatollah non sono certo in grado di mettersi alla coda di una strategia sunnita portatrice di catastrofe. Ma un contributo determinante arriva dalla risposta della Casa Bianca e della Federal Reserve. Lo racconta l’allora banchiere centrale Alan Greenspan nelle sue memorie: George W. Bush lo invita esplicitamente a stampare moneta e lasciare i tassi di interesse al livello minimo possibile, il presidente americano capisce che questo è un segnale di fermezza, la risposta sul piano economico all’attacco e la dimostrazione che gli Usa sono in grado di ribattere colpo su colpo. Poi viene deciso di invadere l’Afghanistan e stanare La Base, cioè Al Qaida.

 

Quella scelta monetaria, spiegano gli economisti, fa da incubatrice alla crisi economica che sarebbe scoppiata sette anni dopo. La Federal Reserve ha tenuto i tassi di interesse troppo bassi troppo a lungo favorendo le spinte speculative che covavano da tempo, alimentate a loro volta anche da decisioni politiche adottate soprattutto durante l’Amministrazione Clinton. Gli incentivi fiscali, il credito facile, i mutui subprime, la moneta a buon mercato, tutto ciò ha creato l’euforia che si sarebbe trasformata in panico. Anche in questo caso, sia chiaro, il salto da uno stato d’animo all’altro non avviene per interventi del fato, ma come conseguenza di scelte umane, troppo umane. Si pensi a come è stato gestito il collasso della Lehman Brothers. Tuttavia lo scossone è stato profondo e ha fatto emergere nuovi timori.

 

La prima crisi petrolifera, seguita nel 1979 da una seconda, conseguenza della rivoluzione iraniana. L’arrivo dell’austerità

Irrompono a questo punto le paure geopolitiche. Al G20 del novembre 2008 che si tiene a Washington, la Cina si presenta come un’isola di stabilità e crescita in mezzo alla tempesta che rischia di travolgere l’occidente. Nell’agosto di quell’anno Pechino aveva ospitato i Giochi olimpici in pompa magna, con una dimostrazione organizzativa e muscolare il cui messaggio era chiarissimo: è nata una grande potenza che non vuole soltanto sedere al tavolo dei grandi, ma decidere le sorti del pianeta insieme agli Stati Uniti. Si comincia a parlare di G2, un nuovo mondo bipolare nel quale la Cina prende il posto dell’Unione sovietica. La Russia non ci sta e Vladimir Putin pochi mesi dopo, nel primo incontro con il neo eletto Barack Obama a Camp David, proclama che intende recuperare il ruolo perduto, assicurandosi una cintura di sicurezza rappresentata in buona parte dai paesi satelliti dell’Urss, in Europa Ucraina e Bielorussia, in Asia i nuovi stati che dal mar Caspio si spingono ai confini con la Cina. La grande Russia è piccola economicamente, ma ha un potenziale nucleare secondo solo a quello americano.

 

La crisi ha fatto da detonatore, mettendo in discussione i fondamentali del capitalismo e della globalizzazione, mentre la disoccupazione massiccia, l’impoverimento (vero o presunto, ma senza dubbio percepito) della classe media, hanno spinto la marea nazional-populista che ora scuote i sistemi politici liberal-democratici. Insieme alle macro paure, si moltiplicano le micro paure i cui esiti non sono meno drammatici, basti pensare all’impatto distruttivo delle nuove tecnologie, ai robot, all’auto elettrica, alla diffusione di internet dalla manifattura ai servizi: gli operai hanno già perso il lavoro nel decennio precedente, adesso tocca agli impiegati.

 

Infine arriva la pan-paura. L’impatto sull’economia, a cominciare da quella cinese, è ancora incerto, però le previsioni attuali mostrano una discesa molto moderata. Gli analisti di Goldman Sachs hanno tagliato le stime del prodotto lordo per l’intero anno dal 5,8 al 5,2 per cento. Man mano che la situazione evolverà si capirà meglio. Per la banca australiana Westpac nel solo primo trimestre del 2020 il pil cinese potrebbe scendere al 2 per cento, ma in ogni caso la crescita complessiva dovrebbe restare attorno al 5,3 per cento. E’ preoccupato Jerome Powell, capo della Federal Reserve: a suo avviso le conseguenze dell’epidemia potranno estendersi alla economia globale, compresa quella americana che, nell’anno elettorale, sembra godere di buona salute. L’Unione europea che già cammina a passo di lumaca rallenterà ancora, sostiene Christine Lagarde, presidente della Bce. In Italia si legge che al porto di Genova non arriva più nessun cargo cinese. La Fiat Chrysler minaccia di chiudere una fabbrica in Europa perché mancano componenti prodotte in Cina. E tuttavia, secondo le stime di Standard & Poor’s il prodotto lordo mondiale dovrebbe scendere quest’anno dello 0,3 per cento. Sì, proprio così, soltanto tre decimali di punto. Allora perché parlare di tracollo, tonfo, recessione? I mercati finanziari, tanto odiati dai nazional-populisti, tengono la testa sulle spalle almeno questa volta, le borse finora reggono e fanno funzionare il “sistema riflessivo” secondo lo schema di Thaler. Tanto più che esiste un impatto chiamiamolo pure ideologico-politico che alla lunga potrebbe rivelarsi favorevole.

 

L’America post 11 settembre e la crisi. Le politiche economiche creano una euforia che si sarebbe poi trasformata in panico

La Cina è sulla graticola. Xi Jinping si mette la mascherina e fa mostra di umiltà. Pechino non potrà più alzare il dito, ammonire i paesi occidentali, proporsi come un’alternativa con il suo “capitalismo politico” contro il “capitalismo privato” (così lo chiama l’economista Branko Milanovic sull’ultimo numero di Foreign Affairs dedicato proprio al “futuro del capitalismo”). In realtà, sono due varianti di uno stesso sistema, la versione odierna del “capitalismo contro capitalismo” come l’economista francese Michel Albert definì la competizione che nella seconda metà del Novecento divideva il modello renano, ovvero quello franco-tedesco, e il modello anglo-sassone. Questo conflitto è destinato a essere risolto da un evento improvviso e inatteso di natura del tutto diversa come il nuovo virus? E’ successo molte volte nella storia e succederà ancora? Viene in mente la “ramazza” della quale parla don Abbondio, la metafora con la quale Alessandro Manzoni rappresenta l’intervento nelle vicende umane di un fattore esterno, terribile eppure talvolta provvidenziale, che vince l’isteria delle folle alla ricerca del capro espiatorio e l’incapacità delle autorità prigioniere del senso comune anche violando il ragionevole buon senso. Non mancano, nemmeno oggi, fenomeni di caccia all’untore, la xenofobia si diffonde anche senza pandemia. Ma proprio la paura può diventare la scopa che spazza via artificiose quanto velleitarie contrapposizioni, e spinge a cercare la cooperazione, la mutua assistenza. Il timor panico secondo Petronio ha creato gli dei; per non restarne schiavi, gli Umani e gli Econi debbono trovare un accordo.

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