I robot non sono un virus

Claudio Cerasa

La pandemia, il boom dell’automatizzazione e la sfida del futuro: cambiare il lavoro con nuove competenze

Mark Muro è un famoso ricercatore americano che lavora da tempo presso la Brookings Institution e qualche giorno fa in un interessante commento online pubblicato sul sito Axios ha offerto una chiave di lettura per ragionare senza retorica sulla pazza stagione del durante, il durante la pandemia che in Italia, con il progressivo ritorno al lavoro, si aprirà a partire dal 4 maggio. La tesi dello studioso americano è che le aziende che dovranno lavorare in prima linea nella stagione del durante, per questioni legate non solo agli effetti del distanziamento sociale, avranno la necessità di considerare l’utilizzo dell’automazione con un occhio diverso rispetto al passato e avranno il dovere di interrogarsi come non mai, rispetto alle proprie politiche per il futuro, su quali sono i lavori che solo un essere umano può fare e quali sono invece i lavori che anche un robot può fare.

 

Nella stagione del lokdown totale, è un dato di fatto che la diffusione del virus ha accelerato per quanto possibile i processi di automazione ed è evidente che paradossalmente molte aziende per proteggere la salute dei loro lavoratori potrebbero essere portate a ridisegnare la mappa del lavoro. Immaginare un processo di ulteriori sacrifici nei posti di lavoro in una stagione drammatica in cui il lavoro verrà inevitabilmente triturato dalla crisi indotta dal coronavirus rischia di essere sì un dramma, ma non può che essere anche un tema di cui tenere conto considerando quello che è successo per esempio negli Stati Uniti in occasione delle ultime tre grandi recessioni durante le quali, secondo uno studio segnalato sempre da Axios e pubblicato due anni fa dal National Bureau of Economic Research, “l’88 per cento dei lavori persi erano lavori che avevano a che fare con occupazioni così dette automatizzabili”.

  

La grammatica della nostalgia, già prima della pandemia, aveva contribuito a creare attorno ai robot una patina di scetticismo, di paura, di pessimismo e di terrore, ma in quel traumatico e grande acceleratore del futuro in cui ci ha costretto a vivere il coronavirus il tema dei robot è destinato a tornare centrale e a spiazzare a certe condizioni anche tutti coloro che hanno passato molto tempo negli ultimi anni a demonizzare l’automazione. Negli ultimi mesi, in tutto il mondo, diversi ospedali specializzati nella cura del coronavirus hanno sperimentato anche con qualche successo i benefici dell'automazione all’interno del sistema sanitario nazionale.

 

In alcuni innovativi ospedali europei, diversi pazienti sono stati monitorati a distanza grazie ad alcuni robot con telecamera incorporata. In Corea del sud, i robot sono stati usati per misurare le temperature e distribuire disinfettante per le mani. In giro per il mondo, per uscire fuori dagli ospedali, le aziende che producono prodotti per la pulizia e la sanificazione hanno visto salire in modo esponenziale la domanda. Alcune catene di fast food, come McDonald’s, hanno già testato alcuni robot come cuochi. Walmart, il più grande rivenditore americano, sta già usando i robot per pulire i suoi pavimenti. Nei grandi magazzini, molti dei quali hanno dovuto incrementare i propri servizi di delivery, i robot erano già utilizzati per migliorare l’efficienza, ma il sovraccarico di richieste degli ultimi mesi li ha costretti ad aumentare ancora di più l’uso dei robot per lo smistamento, per la spedizione e per gli imballaggi. L’intelligenza artificiale, come hanno sperimentato molte persone in giro per il mondo in questi giorni, può sostituire ad alcune condizioni i tutor scolastici, gli istruttori di fitness e i consulenti finanziari. Brain Corp, una società con sede a San Diego che sviluppa software per l’uso di robot autonomi nelle pulizie, ha riferito ad alcuni giornali americani che i suoi clienti, nelle ultime settimane, hanno impiegano circa il 13 per cento in più di robot rispetto ai mesi precedenti alla pandemia.

 

Anche la Bbc, in un articolo dedicato al tema, ha notato la presenza di questo fenomeno, ha riconosciuto che una volta che una società investe nella sostituzione di un lavoratore con un robot è improbabile che l’azienda tornerà indietro, ma ha anche notato su questo punto che il futuro può riservare sorprese e che la diffusione dei robot potrebbe essere destinata ad aumentare i lavoratori umani e non a sostituirli (Amazon, mentre automatizzava, ha assunto 100 mila lavoratori nei suoi centri di distribuzione) a condizione che vi sia una società capace di comprendere (a) che la tecnologia non distrugge il lavoro ma lo cambia e che (b) mai come oggi è necessario comprendere che per combattere la disoccupazione i sussidi sono importanti ma non sono più importanti di una poderosa politica di formazione finalizzata a ridurre la discrepanza tra domanda di lavoro e offerta di competenze.

  

L’avanzamento della robotizzazione e dell’automazione dei processi produttivi non implica necessariamente un calo occupazionale – secondo uno studio commissionato prima della pandemia dall’International Federation of Robotics sarebbero stati tra i 10 e i 14 milioni i posti di lavoro generati nel mondo dai robot – ma nulla di tutto questo potrà essere fatto nei prossimi anni se la nostra classe dirigente non avrà il coraggio di fare quello finora ha fatto in modo molto limitato: trasformare il futuro nel migliore alleato per la crescita del nostro paese.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.