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Due Iran al voto

Paola Peduzzi

C’è quello anti regime che boicotta il voto di oggi, e c’è quello del regime per cui votare è un dovere religioso. E poi c’è il coronavirus, pure qui

Tutti i resoconti che arrivano dall’Iran si aprono con la stessa frase: una cosa è certa, i falchi vinceranno. Ci ostiniamo a chiamare “elezioni” l’appuntamento di oggi nella Repubblica islamica per il rinnovo del Parlamento, per semplicità più che altro, ma se più di settemila aspiranti parlamentari (su quindicimila) non sono stati ammessi come candidati e ottanta parlamentari considerati moderati non hanno potuto ricandidarsi in seguito a una decisione arbitraria del Consiglio dei guardiani, non si tratta di elezioni. “È uno scherzo”, è lo slogan lanciato sui social dai giovani iraniani, assieme a un’azione di boicottaggio che naturalmente luccica molto qui da noi, e ci appassiona, ma in Iran non si vede, ché il regime gioca con l’internet a singhiozzo a seconda delle esigenze.

 

Il Parlamento è un’altra illusione del sistema iraniano: il Consiglio dei guardiani ha potere di veto sull’Assemblea dei deputati – dodici persone nominate direttamente dalla Guida suprema, non elette, che tengono ogni cosa sotto controllo. Il rinnovo del Parlamento è un’occasione, un’altra, per verificare o aggiustare gli equilibri di potere interni al regime. Cinque anni fa, i candidati vicini al presidente Hassan Rohani vinsero 30 seggi: era la voglia di cambiamento cui si affidava il paese, con l’accordo sul nucleare negoziato a livello internazionale a fare da promessa massima di apertura e di rilancio economico. Oggi l’obiettivo principale dei falchi è quello di denunciare corruzione e inefficienza del presidente Rohani e del suo entourage: se l’Iran appare debole o addirittura conciliante con i Satana e con il resto del mondo nemico – dicono i falchi – è perché c’è Rohani, il presidente tutto forma, dialogo e corruzione che ha svilito il paese e il popolo iraniano sulla scena internazionale. “Bisogna tagliargli le mani!”, gridano ai comizi i conservatori – come ha raccontato Patrick Wintour sul Guardian – e i presenti applaudono, “non sono tanti e hanno più sessant’anni che sedici”, scrive il giornalista inglese.

   

Così l’unica variabile che può aver senso commentare – l’esito è scontato – è proprio quella dell’affluenza, pur sapendo che è un dato che può essere falsificato con estrema facilità. Un regime che si fonda sul consenso popolare deve essere sorretto da una grande mobilitazione: per questo Khamenei ha detto che votare è “un dovere religioso”, mentre fuori dall’Iran – e nei raggruppamenti che ancora ci sono soprattutto a Teheran nonostante la repressione – non si fa che parlare della disillusione nei confronti del regime, del boicottaggio necessario di queste elezioni-scherzo, delle vittime delle proteste di novembre (non c’è ancora un dato ufficiale dei morti), dell’onta delle menzogne raccontate dopo l’abbattimento da parte del regime dell’aereo di linea ucraino nella notte della rappresaglia contro l’uccisione da parte degli americani del generale Suleimani, a gennaio, delle proteste che ci sono in Iraq e in Libano contro il dominio iraniano all’estero.

 

Ci sono due Iran, lo sappiamo, quello che mostra il regime con le sue folle infuriate ai funerali di Suleimani, e quello della resistenza, dell’hashtag #MyVoteRegimeChange. E poi c’è il coronavirus, la pandemia occultata dal regime cinese che ha contagiato anche l’Iran. Ci sarebbero due morti nell’ospedale di Qom, la città sacra dell’islam sciita, che è stato isolato, e le scuole sono state chiuse. Circolano voci su un contagio ampio: non sono verificate, ma anche se lo fossero, è facile che un regime che ha provato a smentire le immagini satellitari delle intelligence occidentali sui razzi che hanno colpito l’aereo ucraino faccia di tutto per negarle. Tanto a pagare sono sempre gli iraniani, mobilitati a forza per sostenere il regime, ignari del pericolo del coronavirus, stanchi di bruciare bandiere straniere ed eppure ignorati dalla realpolitik, quel calcolo di convenienza che dà la priorità alla stabilità, e poi i regimi se ne approfittano.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi