Gli autocrati non danno mai brutte notizie sul virus, ma arrestano chi lo fa

Micol Flammini

In Bielorussia la polizia segreta vigila, in Turkmenistan il nome coronavirus è bandito. E anche Russia, Ungheria e Brasile mantengono un atteggiamento poco limpido sul Covid-19

Roma. Dietro al grottesco con cui certi autocrati hanno deciso di affrontare l’emergenza sanitaria del coronavirus c’è la mancanza di rispetto per le vite dei loro cittadini, insignificanti rispetto alla preservazione del loro potere. Se proprio avete paura di questo virus, ha detto il presidente bielorusso Aljaksandr Lukashenko, bevete vodka e fate la sauna: “E’ meglio morire in piedi che in ginocchio”, ha detto sottolineando che non c’è nulla che i rimedi popolari non possano curare. Il politico, che governa il paese dal 1994, ha lasciato tutto aperto, anche le scuole, è andato a trovare gli operai nelle fabbriche per avvisarli che “questa psicosi non fermerà la Bielorussia” e anzi, i lavoratori andranno incontro alla pandemia nei campi e sui loro trattori perché “il trattore guarirà tutti”. I casi nel paese sono 351, i morti 4 e il presidente avrebbe dato ordine alla polizia segreta di controllare la diffusione delle notizie sul coronavirus. Il nome, coronavirus, è stato invece vietato in Turkmenistan dove dai giornali e dalle emittenti televisive non si sente parlare dell’epidemia. All’inizio di marzo il presidente, Gurbanguly Berdimukhammedov, aveva tenuto un discorso alla nazione dopo aver chiuso i confini e mandato la polizia per le strade a controllare la temperatura dei cittadini, aveva raccomandato di bruciare un’erba, la ruta siriana, dicendo che avrebbe fatto bene a tutti ma non aveva spiegato il perché delle misure adottate né mai menzionato il coronavirus. Il divieto di parlare dell’epidemia non riguarda soltanto i media, la polizia segreta controlla anche le conversazioni private. Il Turkmenistan condivide una frontiera con l’Iran, tra i primi paesi a essere colpito dal virus, lasciare i cittadini all’oscuro di tutto è un grave rischio. Un atteggiamento simile è stato tenuto anche dal presidente del Tagikistan, che ha consentito i festeggiamenti per il nuovo anno persiano, il Nowruz.

 

In un articolo pubblicato sull’Atlantic, il giornalista Yascha Mounk e la studiosa Kristy Parker hanno scritto che i populisti autoritari, quando vogliono indebolire la democrazia, usano sempre le stesse sei mosse: diffusione della disinformazione, soppressione del dissenso, politicizzazione delle istituzioni indipendenti, accumulazione del potere esecutivo, delegittimazione delle comunità e corruzione delle elezioni. Anche nella risposta al coronavirus, che sta rivelando molto sullo stato di salute delle democrazie di tutto il mondo, gli autocrati hanno compiuto gli stessi passi, nelle repubbliche ex sovietiche, ma anche in Ungheria o in Brasile, dove il presidente Jair Bolsonaro continua a negare la pericolosità del Covid-19 e a liquidarlo come una malattia da vecchietti italiani. Tutti questi paesi hanno seguito un copione che è sorto in modo spontaneo dall’Ungheria al Turkmenistan, dalla Bielorussia al Tagikistan fino ad arrivare alla Russia che ha deciso di inviare i suoi aiuti in giro per il mondo, pur avendo delle gravi mancanze nel suo sistema sanitario. E’ stato il Cremlino a diffondere delle false informazioni sul virus, “la situazione è sotto controllo”, aveva detto Putin mentre i casi crescevano rapidamente. Si è ammalato anche il medico incaricato di coordinare le misure contro il virus e il presidente, dopo aver annunciato una “settimana senza lavoro” per tutti, è il suo modo per non dire lockdown, ha prolungato il periodo fino al 30 aprile e si è ritirato a lavorare in campagna. Contro la disinformazione del governo hanno parlato diversi attivisti e medici, nessuno è stato ascoltato e anzi la dottoressa Anastasia Vasileeva, attivista e leader della protesta degli operatori sanitari, è stata arrestata giovedì mentre portava mascherine all’ospedale di Novgorod. La Vasileeva è stata liberata ieri, non una parola da parte delle autorità.

 

In tutto il mondo l’attenzione degli autocrati è concentrata sul tentativo di coprire la gravità dell’emergenza, temono le brutte notizie perché destabilizzano, anche se in una pandemia globale sono indispensabili per proteggere i cittadini.