“L'Europa aiuterà l'Italia senza stravolgere Maastricht”, dice Tinagli

Valerio Valentini

Le mosse di Lagarde e i parametri da rivedere. Parla il presidente della commissione Affari economici del Parlamento europeo

Roma. Più che le risposte, secondo Irene Tinagli a essere sbagliate sono state le aspettative. “Le borse speravano in un intervento più massiccio della Bce in risposta alla crisi del coronavirus. Ma la scelta della presidente Christine Lagarde, le sue parole seppur oggettivamente un po’ ruvide, sono però anche uno schiaffo alla pigrizia degli stati membri dell’Unione, un richiamo alla responsabilità e al coraggio dei governi. E’ a loro che spetta il compito di spendere, e di farlo in maniera intelligente, di utilizzare le leve fiscali, a livello nazionale e comunitario, per reagire alla crisi”. Insomma, nel bene o nel male non ci si può appellare al deus ex machina di Francoforte. “Non tutto si risolve con la politica monetaria”, dice l’eurodeputata del Pd, presidente della commissione Affari economici del Parlamento di Bruxelles, nell’incarico che, da ultimo, è stato di Roberto Gualtieri prima della sua promozione alla guida del ministero di Via XX Settembre.

 

“Serve una risposta collettiva da parte dei vari governi – dice la Tinagli – a partire innanzitutto dall’approvazione del nuovo bilancio europeo. Tenuto in ostaggio, finora, dai veti e dalle timidezze di tanti, troppi alleati. Se si chiede all’Unione europea di reagire, bisogna allora darle la possibilità di farlo: non esiste che si approvi un bilancio settennale pari all’1 per cento del pil, o giù di lì. Serve un atto di coraggio e di ambizione, come stanno chiedendo Italia e Francia”. Un po’ isolate, pare. “In parte è così, anche perché le turbolenze politiche interne inducono a Germania a essere molto cauta. Ma il vero problema, in realtà, ha a che vedere con gli egoismi nazionalistici dei paesi di Visegrád. Il paradosso, insomma, è che proprio Meloni e Salvini, che oggi ci accusano di essere, noi, ‘quelli dell’austerity’, in realtà non sanno convincere i propri alleati a superare il dogma del rigore”.

 

E’ invece un qualcosa che “si spiega più con la psicologia, che non con la politica”, dice la Tinagli, l’ostinazione con cui gli altri stati europei insistono a considerare il Covid-19 un problema solo italiano. “Di politico, semmai, c’è solo l’illusione di un mondo a compartimenti stagni, quello in cui si evita il diffondersi di un virus semplicemente sigillando le frontiere. a giorni parlo coi miei colleghi belgi, danesi, olandesi, e mi trovo davanti a una sensazione di autosufficienza o immunità inconcepibile, nel 2020. Temo che siamo condannati, come europei, a vedere per i prossimi mesi la replica di uno stesso film dell’orrore, in cui di volta in volta un singolo paese entrerà in sofferenza, e gli altri si chiederanno come sarà stato possibile”.

 

Non una bella immagine, dell’Europa. Che forse sarà costretta dal coronavirus a rivedere quei parametri da molti contestati. L’Italia, coi suoi 25 miliardi di scostamento, ha di fatto infranto il tetto del 3 per cento. “In verità, forse per una beffarda coincidenza, il processo di revisione delle regole fiscali e della governance economica dell’Ue è iniziato, qui a Bruxelles, proprio qualche settimana fa. Le regole sono a servizio del benessere degli stati, e non viceversa: se mutano gli scenari, anche i parametri vanno rivisti. Il dibattito dunque si svilupperà senz’altro, nei prossimi mesi, e forse questa crisi del coronavirus lo accelererà. Ma l’Italia sbaglierebbe, ora, a ingaggiare una guerra per stracciare o riscrivere i trattati. Perderebbe un sacco di tempo prezioso. Oltretutto anche a trattati vigenti esistono clausole e circostanze che consentono di sforare anche il 3 per cento. Spero invece che il nostro governo spenda bene i soldi stanziati per far ripartire l’economia, concentrando i propri sforzi sul sostegno al sistema produttivo e, di conseguenza, all’occupazione, senza dimenticare, tra l’altro, i lavoratori autonomi. Si tratta di una crisi dell’offerta, quindi garantire la liquidità alle imprese e a chi produce è necessario. Finita l’emergenza, in autunno, quando bisognerà contrattare sulla nuova legge di Bilancio, l’Italia non dovrà certo giustificare un eventuale sforamento del tetto del 3 per cento, come del resto non lo hanno fatto la Francia e la Spagna, ad esempio, quando ne hanno avuto bisogno, senza dovere per questo pretendere la revisione dei trattati. Troppo spesso, nel nostro paese, i partiti lanciano delle crociate sui princìpi, spesso pretestuose, solo per liberarsi di ogni responsabilità di scelta. Nessuno, qui a Bruxelles, contesta il deficit di per sé, quando è utile o necessario. Il punto, semmai, è la composizione e la qualità della spesa. Se l’Italia pianificherà una ripartenza economica intelligente e oculata, non credo che sarà l’Europa a mettersi di traverso”.

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