Pechino chiama Berlino

Ugo Bertone

La Germania, leader dell’export in Cina, rischia di subire il contagio economico. E non è un bene per l’Ue

Milano. “Il nostro stimolo monetario ha sostenuto la crescita ma non può e non deve essere l’unica azione sul campo”. Anzi, prosegue madame Lagarde davanti al Parlamento europeo, “più a lungo restano le nostre misure, più sale il rischio che gli effetti collaterali diventino più pronunciati”. Insomma, il Quantitative easing, l’arma usata da Mario Draghi per dare un po’ di ossigeno all’economia asfittica dell’Eurozona, non basta più. Anzi, senza politiche strutturali e di bilancio adeguate, il pericolo è che si riveli una terapia inadeguata per fronteggiare il rallentamento della crescita della zona euro in atto dall’inizio del 2018, soprattutto a causa di incertezze globali e del commercio internazionale più debole. E sta qui la vera novità rispetto ai ripetuti moniti della stagione di Draghi, quando la causa prima del malessere dell’Unione sembrava essere la claudicante finanza del sud Europa, Italia in testa.

  

Certo, il problema non è risolto ma sono ben altre le nuvole che si addensano sulle sorti dell’Europa. Soprattutto dopo lo scoppio dell’epidemia di coronavirus a Wuhan, metropoli dell’auto che tanto assomiglia alle aree industriali della Sassonia. Il collasso della produzione in un’area che sforna il 40-50 per cento delle auto made in China ha avuto l’effetto di un sasso finito a inceppare un motore già ingolfato di suo. Il brusco stop del settore auto ha infatti colpito il maggior cliente dell’auto tedesca già impegnata di suo in un difficile salto nel buio verso l’avventura dell’auto elettrica che comporta uno sforzo finanziario enorme che si ripagherà, forse, solo nel tempo. E l’auto rappresenta solo un capitolo del rapporto che lega Berlino al Celeste Impero. L’export tedesco ha sfiorato lo scorso anno i 100 miliardi di euro, assai più della somma delle vendite di Francia, Regno Unito, Italia e Olanda. La quota di mercato detenuta dalle aziende tedesche in quello che è da quattro anni il principale cliente del made in Germany rappresenta qualcosa di più del 5 per cento del giro d’affari globale della Cina, la fabbrica del mondo crescita in simbiosi con i vari colossi dell’industria d’oltre Reno, partner preziosi, anzi indispensabili nella fase di decollo della manifattura “gialla”, frutto di una stagione della globalizzazione, che sembra arrivata al capolinea.

  

E questo anche a giudicare dalle pressioni tedesche verso la commissaria europea Margrethe Vestager per imporre un limite alle acquisizioni di Pechino. In questa cornice gli effetti dell’epidemia di coronavirus assumono il sapore di un monito: dove prima regnava la massima apertura si torna a recinti che sanno di Medioevo, come ha commentato al New York Times Jörg Wuttke, presidente della Camera di Commercio europea in Cina. “Ogni città – ha detto – sta alzando il suo ponte levatoio per vigilare sul rischio di epidemia. La situazione peggiore per fare business”.

   

L’epidemia, certo, prima o poi passerà ma è facile prevedere che lascerà più di una ferita in un modello, quello tedesco, votato alla crescita garantita dall’export che in questi anni è cresciuto a ritmi esponenziali, consentendo alla Repubblica federale un surplus commerciale addirittura a doppia cifra, assai superiore a quanto raccomandato in sede Ue. Anni formidabili, probabilmente irripetibili, salvo provocare quegli “effetti collaterali” cui fa riferimento Christine Lagarde, che sono in parte l’effetto indesiderato della buona salute finanziaria dello Stato federale, vittima dell’eccessiva parsimonia dello stato che però non si è trasmessa al sistema delle banche, in pessime acque anche per la benevolenza con cui (a differenza di quel che è toccato agli istituti di casa nostra) è stato trattato dalle autorità di Francoforte.

  

Guai però a gioire delle disgrazie altrui. Anche perché l’Italia, il paese che più fatica a tenere il passo degli altri, rischia di fare ancora una volta la figura del vaso di coccio. Ma non lamentiamoci: a fronte del calo dell’economia reale – la crescita del pil tedesco, in uscita venerdì, non supererà lo 0,6, assai meno dell’1,5 per cento di un anno fa – c’è il record storico della Borsa di Francoforte che fa il paio con gli incrementi di Piazza Affari. Insomma, si vendono meno auto ma c’è più denaro in circolazione. Finché dura.

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