Come mai il virus fa retrocedere la Juventus in classifica (di Borsa)

Stefano Cingolani

La caduta globale di Piazza Affari era prevedibile. Nel caso del club di Torino, oltre al rischio-stop del calcio, ci sono i bilanci

Milano. La caduta della Borsa era scontata. Quando si chiude di fatto Milano, si blinda Venezia, si crea una piccola Wuhan nel cuore della pianura Padana, uno scivolone del 6 per cento è quel che si poteva temere. Ma la Juventus? Perché mai è la maglia nera (non bianconera questa volta) con un crollo di dieci punti percentuali? Molti titoli sono andati malissimo, soprattutto quelli della moda (Ferragamo è sceso di oltre il 7 per cento), dei viaggi, dell’intrattenimento, della distribuzione. Autogrill e Ovs sono scesi del 10 per cento per il timore che gli italiani si barrichino in casa e si blocchino gli acquisti. Tuttavia stupisce il crollo della prima squadra italiana di calcio, la società più moderna con il suo stadio stile inglese, il club pluridecorato in cima al campionato e che spera di sfondare, finalmente, in Champions League, con i suoi supercampioni come il mitico CR7. 

 

Quale logica ha seguito chi mette i propri soldi nel calcio? Anche per la Juventus è scattato il riflesso negativo del coronavirus: ha perso l’11,8 per cento. Se si ferma il campionato è davvero un brutto colpo per le finanze della società. Se poi le squadre italiane venissero messe in quarantena anche nelle coppe europee (con partite a porte chiuse dunque senza incassi), il dramma sarebbe doppio. Tuttavia, teniamo conto che la Roma, la quale s’arrabatta in attesa che la nuova proprietà americana dica cosa vuole fare e quanto vuole spendere (il magnate americano Dan Friedkin che ha fatto i soldi come concessionario automobilistico della Toyota, si dovrebbe insediare in settimana) ha perso in Borsa tanto quanto la media del listino. Dunque, a parte l’epidemia c’è qualcos’altro che affligge la Juventus.

 

Venerdì sono stati resi noti i conti ed è emerso un profondo rosso. La Juventus Fc ha chiuso lo scorso semestre con una perdita netta di 50,26 milioni di euro, rispetto all’utile di 7,46 milioni contabilizzato nel corrispondente periodo precedente. Il primo semestre dell’esercizio 2019-2020 (la società chiude il bilancio il 30 giugno) si è chiuso con ricavi per 322,28 milioni di euro, in contrazione del 2,4 per cento rispetto ai 330,22 milioni ottenuti nei primi sei mesi dell’esercizio precedente. Minori introiti da diritti televisivi e minori incassi da vendite di prodotti e licenze hanno portato il operativo a meno 38,1 milioni di euro, rispetto all’utile di 17,04 milioni del primo semestre del 2018-2019. A fine 2019 l’indebitamento netto era sceso a 326,9 milioni di euro, rispetto ai 463,5 milioni di inizio esercizio, ma grazie all’aumento di capitale da 300 milioni di euro concluso a inizio 2020. In sostanza, le cose non vanno come previsto.

 

La Juventus sembra insuperabile in Italia, però finora non è riuscita a portare a casa il risultato di prestigio su scala internazionale. Uno studio svolto dalla società di revisione Kpmg e commissionato da RMC sport ha messo in luce che l’andamento dei costi del personale (a cominciare proprio da Cristiano Ronaldo) è salito a 327.8 milioni di euro provocando una perdita a bilancio di 39.9 milioni registrata nell'esercizio chiuso a giugno 2019. CR7 ha dato alla Juventus una nuova dimensione sportiva e finanziaria ma ha avuto un impatto devastante sui conti. La società ha sforato la soglia fissata dalla Uefa per i parametri del Fair Play Finanziario: l'incidenza sul rapporto tra le spese di gestione e le entrate è di poco oltre il 70 per cento (+1 per cento) rispetto al tetto massimo previsto. Nessun altro club tra i più forti e ricchi d’Europa è in una situazione del genere. La “Vecchia signora” un anno fa si era rifocillata con il “Ronaldo bond”, avendo raccolto ordini per 250 milioni di euro, poi ha fatto ricorso all’aumento di capitale. Se le entrate crolleranno anche per colpa del coronavirus, la casa madre Exor sarà costretta a intervenire e molti in Borsa si chiedono fino a quando John Elkann è disposto a staccare assegni.

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