Allo spread ha fatto più paura il governo Borghi che il coronavirus

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Arriva l’inchiesta della procura e non ci sono anticorpi.

Giuseppe De Filippi 

 


 

Al direttore - La notizia che stavo aspettando – e anzi ero stupito che non fosse ancora arrivata – è arrivata ieri: la procura di Lodi apre un’inchiesta sulla diffusione del coronavirus nel lodigiano. Che faranno? Sequestreranno l’ospedale di Codogno?

Giancarlo Loquenzi 

 


Al direttore - Ogni anno, in Italia, oltre 1.000 persone contraggono la meningite e circa una persona ogni due viene colpita da meningite meningococcica. In particolare, i sierogruppi B e C sono particolarmente diffusi nel nostro paese. Secondo i dati epidemiologici dell’Istituto superiore di sanità, la meningite meningococcica provoca il decesso nell’8-14 per cento dei pazienti colpiti. In assenza di cure adeguate, il tasso di mortalità sale addirittura al 50 per cento. Quanto al sierotipo B, oltre a essere particolarmente aggressivo con altissima letalità, è responsabile da solo di circa l’80 per cento dei casi in età pediatrica. Tra dicembre e gennaio in diversi comuni nel territorio fra Bergamo e Brescia, in Lombardia, sono stati riscontrati quattro casi di meningite, che hanno causato la morte di due persone. Il rischio di ulteriori contagi è stato ridotto grazie all’intervento delle autorità sanitarie locali e al momento non c’è un’epidemia, come ha confermato il governo regionale. Se si considera invece la situazione epidemiologica a livello mondiale, secondo i dati dell’Oms, ogni anno si verificano 500 mila casi di meningite meningococcica, di cui circa 50 mila letali. Inoltre, il 5-10 per cento delle persone che contraggono l’infezione muore nonostante la malattia venga diagnosticata in tempo e si riceva un trattamento appropriato. La malattia si trasmette da persona a persona per via respiratoria, attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni nasali, che possono essere disperse con la tosse, con gli starnuti o mentre si parla.

Giuliano Cazzola 

 


Al direttore - Nessun comizio di Salvini e rinvio (forse) del referendum sul taglio dei parlamentari: il coronavirus ha fatto anche cose buone.

Michele Magno 

 


 

Al direttore - Spiace leggere sul vostro autorevole giornale virgolettati attribuiti alla sottoscritta, peraltro imprecisi, infondati perché detti da altri e origliati male da un vostro cronista senza che abbia avuto la correttezza professionale di qualificarsi.

Debora Serracchiani

Risponde Valerio Valentini: ho riportato quanto ascoltato, non origliato, solo perché ero certo di quello che avevo ascoltato. 

 


 

Al direttore - Giustamente Ella sostiene che bisognerebbe evitare che da un’emergenza, quella sanitaria, ne nasca un’altra, quella dell’economia. Forse, Ella ritiene, si sarebbe potuto prevenire un rischio del genere. Tuttavia, ci siamo incamminati per questa pericolosa strada. Del resto, appariva subito chiaro che quanto più si sarebbero adottate inevitabili e doverose misure severe a protezione della salute dei cittadini, innanzitutto per un’azione preventiva, tanto più si sarebbero registrati impatti negativi dal punto di vista economico e sociale. Più che allentare le prime misure, soprattutto se esse sono sostenute da una sicura valutazione senza alternative da parte della comunità scientifica, è sul versante dell’economia che bisogna intervenire. E non solo con pur necessarie misure di emergenza, ma anche, e soprattutto, per un rilancio della crescita, degli investimenti, della produttività mentre l’Italia rischia la recessione, per il combinato effetto del coronavirus, del grave rallentamento dell’economia globale anche per le difficoltà di alcune economie emergenti, degli impatti delle politiche di dazi e tariffe, dei rischi geopolitici, di Brexit. Un cocktail con non molti precedenti, mentre brilla un ruolo atarassico dell’Unione europea, appena smosso in queste ultime ore. Non va , insomma, allentata la battaglia per la difesa della salute, anche applicando la “regola” del “worst-case scenario”, ma è sull’economia che occorre intervenire con decisione e organicamente. Del resto, lo stesso premier, Giuseppe Conte, non ha parlato di “terapia d’urto” e prima aveva detto della necessità di una “cura da cavallo”? Con i migliori saluti.

Angelo De Mattia 

 

A questo proposito. Vedo in giro molti sovranisti che ironizzano sul modo in cui l’Italia ha gestito l’emergenza del coronavirus e non c’è dubbio che qualcosa si sarebbe potuta fare meglio. Ieri, il vicepresidente di Unimpresa ha usato parole simile a quelle adottate sul Foglio dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e ha detto che “l’allarmismo esagerato e sovradimensionato legato al coronavirus può generare danni incalcolabili all’economia reale, e quindi all’andamento del prodotto interno lordo, ancor più rilevanti di quelli provocati dal diffondersi della stessa malattia. Se, da un lato, appare corretto l’isolamento delle aree di focolaio per impedire una maggiore diffusione del virus, dall’altro è indispensabile evitare forme di comunicazione improntate a toni eccessivamente preoccupanti”. Tutto molto vero. Ma mi permetto una piccola chiosa: a voler osservare lo spread e i rendimenti dei titoli di stato si può dire che negli ultimi due anni ai mercati ha fatto più paura la minaccia di un governo Borghi-Salvini che la minaccia del coronavirus.

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