Il rischio di isolamento di Milano fa uscire Assolombarda allo scoperto

Mariarosaria Marchesano

“Fermare la Lombardia, già in forte rallentamento, significa frenare oltre un quinto del pil italiano”. Perché serve una “normalizzazione” dell'emergenza coronavirus

La decisione di rinviare a giugno – e non di annullare – il Salone del Mobile e di allentare le restrizioni nei bar di Milano, dove si potrà andare a bere anche dopo le 18 a patto di stare seduti al tavolino, rappresentano il segnale che è in atto un tentativo di “normalizzazione” dentro l’emergenza di una regione come la Lombardia decisa a restare vitale nonostante il coronavirus. Il timore è che la cosiddetta “zona rossa”, circoscritta a una decina di comuni del lodigiano, possa prima o poi allargarsi alla città di Milano, isolando la capitale economica d’Italia. Emanuele Orsini, presidente di Federlegno Arredo, ha spiegato che l’unica possibilità di salvare il Salone del Mobile era di farlo slittare di qualche mese perché casomai dovesse essere annullato l’Italia rischierebbe di perdere oltre 1 miliardo di euro. Una considerazione che è suonata come un avvertimento. E Marco Barbieri, segretario generale della Confcommercio Milano-Lodi-Monza-Brianza, affermando che molte delle 450 imprese comprese nella zona rossa sono passate da 100 a zero euro di fatturato, ha dato un assaggio di quello che potrebbe succedere se si creasse un cordone sanitario intorno a Milano. Ma è stato l’intervento di Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e uno dei tre candidati al vertice di Confindustria, a stroncare la strategia del governo Conte per arginare la diffusione del coronavirus. “Fermare la Lombardia, già in forte rallentamento, significa frenare oltre un quinto del pil italiano e dare un duro colpo a tutta la filiera dell’industria, che rischia di impiegare mesi a recuperare lo svantaggio economico con il resto del mondo”, ha detto Bonomi sottolineando che in questa regione lavora un quarto degli addetti del manifatturiero italiano, da cui deriva oltre il 27 per cento dell’export nazionale. “Bisogna contenere i toni di allarmismo, siamo al paradosso di dover garantire ai partner commerciali l’assoluta idoneità e sicurezza dei prodotti delle nostre imprese”, ha aggiunto ritenendo non sufficienti le poche misure adottate e ipotizzate finora. “Oltre al danno economico va considerato il danno reputazionale, che avrà un impatto significativo sulla nostra economia nel medio e lungo periodo. Prepariamoci a lavorare duramente per recuperare la nostra credibilità internazionale. Ogni giorno che rimaniamo fermi diamo un colpo al cuore dell’economia italiana, cioè al nostro futuro”.

 

La presa di posizione del numero uno degli imprenditori milanesi è destinata ad avere un peso nel momento in cui è in atto la polemica tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il numero uno della Regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana, proprio su come affrontare l’epidemia. Non è che per caso si sta esagerando con la cautela? Questa è la domanda implicita alla quale Bonomi ha dato indirettamente una risposta rompendo il silenzio nel quale sembrava essersi chiusa la più importante associazione degli industriali. Il timore che l’influenza più pericolosa diventa quella economica, sta spingendo i rappresentanti del mondo produttivo a venire allo scoperto superando la remora di inserirsi in uno scontro tutto politico. Bonomi ha toccato un punto importante che è quello della credibilità dell’Italia sul piano internazionale. C’è il rischio di effetti paradossali. Se si può arrivare a comprendere che il fatturato delle aziende del settore turistico subirà una contrazione, così come il giro d’affari dei pubblici esercizi, della ristorazione e dei centri commerciali (di questi ultimi è prevista la chiusura nel prossimi fine settimana), non si capisce come mai le imprese manifatturiere debbano subire la cancellazione di ordini dall’estero.

 

E, però, è esattamente quello che sta avvenendo come racconta al Foglio Nicola Spadafora, presidente di Confapi Milano che associa 83 mila piccole aziende e rappresenta il cuore della catena di subforniture del sistema produttivo della provincia. “Stiamo avvertendo una certa diffidenza da parte di committenti esteri che hanno sempre acquistato i nostri prodotti. Questo francamente è inspiegabile. Bisognerebbe fare in modo di intervenire su questo livello di comunicazione per rassicurare che qui da noi nulla è cambiato e che la qualità della produzione è sempre la stessa”.

 

Spadafora ci tiene anche a sottolineare che tutte le imprese associate sono aperte e continuano a lavorare, magari non in smart working come grandi banche e assicurazioni, ma aprono i battenti ogni mattino e grazie ad accordi interni, e con le organizzazioni sindacali, si sono sforzate di creare in fabbrica condizioni di maggior sicurezza per la salute di operai e dipendenti. “Detto questo, non posso nascondere che anche noi siamo preoccupati per il calo di attività soprattutto nei settori del turismo, trasporti e commercio – prosegue il presidente della Confapi – molte delle nostre aziende lavorano nell’indotto del Salone del Mobile, erano pronte per portare a casa nuovi contratti grazie alla fiera, ma è una buona notizia che sia stata solo rinviata. Certo, speriamo che la zona rossa non venga estesa, ma vorrei dire che la contiguità territoriale con il lodigiano è talmente stretta e che sarebbe di buon senso allargare all’area milanese la possibilità per le aziende di sospendere le scadenze fiscali fino al 31 marzo”. E tra gli effetti collaterali dell’emergenza coronavirus ce n’è una che le piccole imprese stanno subendo più delle grandi. “Il 10-15 per cento dei dipendenti non riesce a venire al lavoro perché ha i figli a casa. Purtroppo se stai alla catena di montaggio, il telelavoro non è praticabile”.

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