Effetto psicosi da coronavirus. Bar e ristoranti in ginocchio

Domenico Di Sanzo

La gente è impazzita. “Perdiamo tre milioni di euro al giorno solo a Roma”. Albergatori in lacrime: “Così dovremo licenziare”

Roma. Gli occhi sono puntati su Milano. Ordinanze di chiusura dei locali pubblici dopo le 18, seppure in via di revoca. Strade deserte e assalto ai supermercati. Ma la psicosi del coronavirus, con tutti gli effetti che, al momento vengono definiti più che altro “potenziali”, ha contagiato anche Roma. La Capitale ha un ecosistema economico particolare basato essenzialmente sul turismo. Ed è stata la prima città italiana a fare i conti con una malattia che potrebbe bloccare in una stagnazione, quella sì drammatica, tutta la filiera della ristorazione, dei bar, dei catering e degli eventi, oltre agli alberghi che di solito sono affollati dai turisti stranieri e non. Fatto sta che, nonostante le notizie positive che proprio sono arrivate dallo Spallanzani, i tavolini dei locali sono sempre più vuoti. Con le paure che vanno ad aggiungersi alle altre paure. Alcuni ristoratori e titolari di bar, in tutta la città, hanno già cominciato a considerare l’ipotesi di non pagare i fornitori. Pagamenti che si possono effettuare fino a 70 giorni dalla consegna della merce.

   

E l’insicurezza sull’evoluzione del coronavirus potrebbe acuire i rischi del blocco di un intero comparto. Una filiera che va dal produttore, al ristoratore fino al consumatore. In queste giornate complicate Il Foglio ha fatto il punto della situazione con i rappresentanti delle associazioni di categoria. Luciano Sbraga, vicedirettore generale della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), associazione affiliata alla Confcommercio che riunisce al suo interno anche i ristoratori e i gestori di bar ricostruisce così la crisi del settore a Roma dopo lo scoppio del virus in Italia: “Tutto è partito con il calo della ristorazione cinese, quantificato già intorno al 70-80 per cento, poi c’è stato l’impatto sul turismo cinese che ha risentito del blocco disposto dal governo dei voli diretti dalla Cina”. Infine da venerdì scorso l’emergenza in nord Italia: “In Lazio ci sono solo tre casi, peraltro in via di guarigione – spiega Sbraga – ma il settore della ristorazione e dei bar sta perdendo adesso 3 milioni di euro al giorno sulla città di Roma”.

 

Un cortocircuito che potrebbe mettere in ginocchio i produttori di materie prime. Continua il vicedirettore di Fipe - Confcommercio: “È evidente che se si continua così gli esercenti non pagheranno i fornitori”. Le materie prime pesano per il 30 per cento del calo del fatturato complessivo, “ovvero un milione di euro al giorno sui tre milioni persi in città”. Considerando, prosegue Sbraga “che a Roma nel nostro settore compriamo materie prime per circa un miliardo e mezzo di euro all’anno”. Lo scenario lo definisce “potenzialmente apocalittico”, ma la speranza è che finisca la psicosi. Un segnale potrebbe arrivare da Milano, pronta a revocare la chiusura dei locali pubblici dopo le 18: “Quella infatti è una misura assurda che non ha nessun senso, se mi permette la battuta questo non è il ‘coronavirus della notte’, che colpisce soltanto di sera”. Conclude Sbraga: “Noi stiamo ordinando ai nostri associati misure aggiuntive di cautela, oltre il normale, come la pulizia ancora più accorta dei banchi di lavoro e la distribuzione anche ai clienti di soluzioni idroalcoliche per disinfettare le mani”.

 

Concorda su molti punti dell’analisi Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi Roma: “Il blocco dei voli del 26 gennaio deciso dal governo ci ha molto danneggiato già a partire da un mese a questa parte, bloccata molta parte del turismo internazionale, da venerdì si sta fermando il turismo interno al paese e all’Europa e la mobilità in generale in Italia”. Perché ad azzoppare gli alberghi c’è il rinvio di meeting, convegni e trasferte aziendali nella Capitale: “Il traffico Corporate delle aziende – dice Roscioli – è calato dell’80 per cento, ma speriamo che la situazione si risolva e si fermi il contagio”. Sul blocco dei pagamenti ai fornitori riflette: “Se la situazione rimanesse così è chiaro che le aziende alberghiere avrebbero grossi problemi non solo a pagare i fornitori ma dovrebbero licenziare i dipendenti”.

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