Milano risponde con lo smart working ma non è per tutti

Mariarosaria Marchesano

Decine di aziende hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa per ridurre il rischio di contagio. "Ma mentre per alcuni è una modalità consolidata, altri dovranno partire da zero" ci spiega Corso (Politecnico di Milano)

Milano. La Milano che lavora risponde con lo smart working all’emergenza coronavirus. Decine di aziende hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa dando così l’impressione che la capitale della finanza, della moda e della tecnologia sia in grado di continuare a far funzionare il ciclo produttivo da remoto. Se le Torri di Gae Aulenti e di CityLife, dove hanno il quartier generale le maggiori banche e compagnie assicurative italiane e straniere, ieri erano semi deserte per i timori di diffusione del contagio, negli appartamenti di decine di migliaia di dipendenti in tutta la Lombardia si sono accesi computer e iPad di buon mattino per cominciare la giornata lavorativa. “È un grande test di resilienza per Milano che sta cercando di limitare i danni dell’epidemia con un modello di lavoro flessibile che anche nel caso del crollo del ponte di Genova si è rivelato determinante”, dice al Foglio Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano. E proprio da questa università è partita quasi dieci anni fa la sfida per convincere i grandi gruppi a superare un’organizzazione fondata sul concetto taylorista per cui si produce solo in un determinato luogo e momento.

 

Così, il lavoro ad alto livello di conoscenza, insieme alla digitalizzazione dei processi produttivi, ha rivoluzionato il concetto di spazio e di tempo creando un nuovo mondo flessibile e in grado di rispondere agli choc esterni, sia che si tratti del coronavirus sia che si tratti dei cambiamenti climatici. Unicredit, Axa, Allianz, Generali, American Express, Unilever, Nestlé, sono solo alcune delle 100 società che sono state seguite da Corso e dal suo suo team nell’introduzione graduale del lavoro agile a livello contrattuale e, soprattutto, a parità di retribuzioni. “Questo percorso presuppone un salto culturale e un’organizzazione in chiave tecnologica che non si improvvisa dall’oggi al domani”, sostiene il docente. Insomma, quello che oggi sta avvenendo a Milano non è frutto del caso e per questo Corso sembra perplesso di fronte alle misure d’urgenza che il governo Conte ha adottato per far adottare lo smart working a tappeto come contromisura per arginare il diffondersi dell’epidemia. “Emergeranno tutte le contraddizioni tra le aziende e gli uffici dove questa è già una modalità collaudata, con personale preparato, server che funzionano per i collegamenti a distanza, manager in grado di organizzare il lavoro delle persone con un orientamento al risultato e aziende che dovranno partire da zero”.

 

Ma è anche vero che in questo momento c’è emergenza, non si può andare troppo per il sottile e forse proprio la necessità di arginare i contagi riducendo il numero delle persone costretto ad andare in ufficio servirà a rompere il ghiaccio anche nelle piccole e medie imprese dove, come conferma l’Osservatorio del Polimi, lo smart working fatica a entrare soprattutto quando la proprietà è di tipo familiare. “Abbiamo lavorato anni per superare le barriere culturali di capi azienda e top manager abituati ad avere il controllo fisico del dipendente, ma alla fine la risposta è stata molto positiva e oggi lo smart working è una realtà per 570 mila persone in Italia e per il 58 per cento delle imprese, che ne trae vantaggio in termini di aumento della produttività e di riduzione dei costi per le spese immobiliari”. In Lombardia questo modello si è diffuso rapidamente per la concentrazione di imprese del settore finanziario e terziario. Tant’è che oggi lo smart working sembra appannaggio dei colletti bianchi. Non è così? “Esempi ci sono anche nel settore manifatturiero – prosegue Corso – la Barilla per esempio è stata una delle prime a crederci e di recente anche Luxottica e Benetton in Veneto hanno fatto passi in questa direzione. Anzi, direi che in molti casi è diventato uno strumento per poter accedere al mercato dei talenti. Oggi i cervelli si attraggono più con modalità di lavoro flessibile che con offerte economiche”.

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