Il coronavirus cambia le geometrie

Valerio Valentini

L'epidemia spinge Conte e i suoi nemici a cercare nuove maggioranze. Pontieri al lavoro

Roma. Ai parlamentari di Forza Italia che cercava di arruolare alla causa di Giuseppe Conte, presentandosi come emissario del premier, Stefano Buffagni la metteva giù molto chiara: “Bisogna togliere a Renzi l’arma del ricatto, per questo bisogna allargare la maggioranza”. Ma se entriamo noi al posto di Italia viva, gli ribattevano quelli, quanto duriamo? “A quel punto – rispondeva il sottosegretario grillino – si getteranno le basi per la lista con cui Conte correrebbe alle elezioni, che arriverebbero a breve dopo un governo elettorale varato da Mattarella”. 

 

 

Che poi si trattasse di una promessa reale, o di mera dissimulazione, è difficile da dire. Sta di fatto che, ora che il coronavirus s’è abbattuto sulle baruffe del Palazzo, rendendole tutte insignificanti, anche quell’ipotesi è tramontata. Ma c’avevano creduto davvero, i ministri grillini, in quell’operazione, convinti com’erano che, dopo l’uscita di Renzi dalla maggioranza, non ci sarebbe stata altra via se non il voto: e quindi bisognava allestire la lista per Conte. Il quale, a un certo punto, doveva essercisi visto bene, nei panni del candidato premier del centrosinistra: forse perché a persuaderlo erano stati i ragionamenti di Nicola Zingaretti, deciso pure lui a forzare la mano in caso di fuga all’opposizione di Renzi. E a dissuaderlo fino in fondo non era valsa neppure la cautela di Dario Franceschini, se ancora la settimana scorsa una senatrice del Pd molto vicina al segretario come Valeria Fedeli tentava di catechizzare i suoi colleghi: “E’ certo che così non dura: si andrà al voto”.

 

Poi, però, più di Franceschini poté il coronavirus. Che quasi sicuramente avrà come effetto quello di rimandare il referendum sul taglio dei parlamentari in programma per il 29 marzo: un’eventualità a cui i senatori promotori del “No” stanno già lavorando, sondando sia il Colle sia il viceministro dell’Interno del Pd Matteo Mauri, che verosimilmente si rimetterà al volere dei gruppi parlamentari. Quasi tutti, evidentemente, ben disposti al rinvio, così da prolungare quella sorta di “semestre bianco” necessario a ridefinire i collegi e la nuova elegge elettorale, chiudendo definitivamente la già improbabile finestra elettorale di settembre.

 

E così, perduta l’arma negoziale del voto, a Zingaretti non resta che puntare tutto sul buon esito delle regionali di maggio, per scongiurare l’ipotesi da lui più osteggiata, e cioè quella di un congresso vero, che rimetta in discussione tutto, nel partito, a partire dalla leadership. La Toscana è data per vinta, certo. Ma le altre? Se davvero finirà cinque a uno per il centrodestra, a quel punto il congresso non sarà rinviabile, anche perché la segreteria unitaria varata sabato scorso, che nei piani di Zingaretti avrebbe dovuto sedare le tensioni latenti, non sembra aver sortito il suo effetto. E per capirlo bastava ascoltare lo sfogo di Debora Serracchiani, che del Pd è la vicepresidente, nella buvette di Montecitorio lunedì mattina: “E’ un’operazione fatta in pieno stile Cencelli, con la trovata veltroniana finale della giovane donna scelta come nuova presidente”, diceva la Serracchiani riferendosi a Valentina Cuppi.

 

E però, se nell’immediato il coronavirus congela ogni lite, sul lungo periodo i suoi effetti potrebbero essere destabilizzanti. “Perché quando arriverà la recessione, tra due mesi, non saranno più ammessi tentennamenti sulle misure necessarie per rilanciare l’economia”, dice il renziano Roberto Giachetti, alludendo evidentemente a Conte. “Questa maggioranza non basta: presto o tardi se ne accorgeranno tutti”, ripeteva lo stesso Renzi ai suoi parlamentari per spiegare la necessità dell’appello “a tutte le forze politiche” sulle riforme istituzionali. E fosse per Giorgetti, e per il 90 per cento del gruppo dirigente della Lega, quell’appello non verrebbe lasciato cadere nel vuoto, malgrado le remore di Salvini. Anche perché, intanto, qualcosa si muove dentro Forza Italia, se perfino Giorgio Mulè sembra tentato dall’idea del rimescolamento: “Il problema è che finché il premier resta quello attuale, non possiamo sederci al tavolo”. E mentre lo dice, si diffonde le notizia dello scontro tra Conte e Attilio Fontana al vertice tra governo e regioni, risolto solo dopo l’intervento di Lorenzo Guerini. “Capite? Conte, che è il navigator dei grillini, ha bisogno del tutore Guerini per non litigare col presidente della Lombardia…”.