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Olive #25

Per semplicità chiamato Henrikh Mkhitaryan

Giovanni Battistuzzi

Quella del centrocampista armeno dell'Inter è una storia calcistica che ondeggia tra libertà e costrizione. Sparizioni e apparizioni del numero 22 dell'Inter che non ha bisogno di fare la cosa giusta

Fortunatamente, quando si ha il pallone tra i piedi, non c’è sempre e solo una cosa giusta da poter fare. Non è una scienza perfetta il calcio, e non lo è sebbene ci sia in giro chi spaccia interpretazioni per regole, punti di vista per certezze. È tutto molto più semplice quando si gioca a pallone, anche quando ci si mette in mezzo la tattica, quando si tenta di rendere cerebrale, quasi filosofico, uno sport, un gioco, che ha come unico scopo quello di segnare almeno un gol più dell’avversario.

 

Quando Henrikh Mkhitaryan lasciò l’Armenia per raggiungere l’Ucraina, prima il Metalurg Donetsk e poi lo Shakhtar Donetsk, si ritrovò in un nuovo mondo che aveva ben poco a che fare con quello nel quale aveva vissuto. C’entrava nulla la città, le persone che lo circondavano, era il calcio a essere cambiato. Gli ci volle poco per capire che quello che aveva imparato sino a quel momento a Pyunik non gli sarebbe servito. Perché a Pyunik era tutto molto semplice: gli avevano sempre detto di fare ciò che riteneva migliore, quello era sufficiente, più che sufficiente.

 

Non era così in Ucraina. Si accorse subito che ciò non sarebbe bastato, anzi che tutto quello che aveva sempre fatto era sbagliato. Gli venne insegnato che il calcio era uno sport complesso, che serviva l’applicazione di complicate regole calcistiche che imponevano, a chi come lui tirava calci al pallone, movimenti, scelte e azioni se non prestabilite, quantomeno le più simili possibile a quelle provate in allenamento. Insomma che non si è nulla da soli, che ogni giocata deve essere funzionale alla squadra, a un’idea di gioco. Il regime sovietico non se ne era mai andato dal calcio post sovietico e questo nonostante nella Prem'er-Liha giocassero un sacco di stranieri, gente da tutto il mondo, soprattutto brasiliani.

 

Henrikh Mkhitaryan era sempre riuscito benissimo a fare tutto questo. Era riuscito a dimenticarsi dei suoi anni armeni, aveva seguito alla lettera i dettami di quel calcio. Forse troppo. Perché quando dallo Shakhtar Donetsk si trasferì al Borussia Dortmund, nell’estate del 2013, rischiò di non vedere il campo di gioco. Perché lì, in Germania, fu accolto da un allenatore, Jürgen Klopp, che dopo poche amichevoli lo affrontò a brutto muso dicendogli di aver bisogno di un calciatore che sapesse stare il campo, vedere il campo e immaginare l’azione. Gli disse che lui non aveva bisogno di giocatori che non sapevano prendersi responsabilità, che sulla trequarti non avevano voglia di inventarsi qualcosa di diverso dallo svolgere il compitino. Si capirono al volo. Klopp voleva da lui semplicità, armonia, per il tecnico tedesco non c’era una cosa giusta da fare, voleva solo che facesse ciò che si sentiva di fare, ciò che riteneva migliore. Poi doveva correre e lottare.

 

Henrikh Mkhitaryan ritornò a giocare come faceva in Armenia, almeno quando la palla era tra i piedi del Borussia Dortmund. Perché quando il pallone finiva agli avversari ritornava il giocatore degli anni di Donetsk.

 

“Sono grato a Klopp. Ha lavorato sulla mia personalità e sulla parte psicologica. Grazie a lui sono un calciatore migliore”, disse nel 2017 alla BBC, all’epoca della sua esperienza al Manchester United.

 

Non andò benissimo con i Red Devils. Andò meglio all’Arsenal, ma nemmeno troppo. José Mourinho, Arsène Wenger e Unai Emery, gli allenatori che ebbe in Inghilterra, erano hegeliani del pallone, sono convinti che nel loro e solo nel loro sistema calcistico e solo nel loro sistema ci siano tutte le risposte.

  

Non ha bisogno del complesso Henrikh Mkhitaryan, ha bisogno di semplicità. Quella che trovò in Paulo Fonseca, quello che ha trovato ora in Simone Inzaghi. Perché Henrikh Mkhitaryan sa benissimo come funziona il calcio, sa benissimo che nel calcio non c’è solo una cosa giusta da poter fare, ma tante, e che non sempre ciò che appare sbagliato lo è poi davvero.

  

All’Inter Henrikh Mkhitaryan ha iniziato a fare più spesso del solito a giocare tranquillo, semplice, a tal punto che ogni tanto non lo si vede nemmeno, sparisce dai radar.

  

Sembra non esserci, invece c’è. È presente, aiuta i compagni, crea il gioco, ma serve attenzione, parecchia, per accorgersi di ciò che fa realmente. Serve attenzione, quella che gli hanno prestato in tanti, soprattutto uno, un altro giocatore come lui, che non si vede ma c’è e c’è sempre e ben di più di ciò che si è portati a pensare, Nicolò Barella.

 

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L’italiano sa benissimo quanto conta in campo Henrikh Mkhitaryan. Lo sa perché anche lui ha imparato che quando si ha il pallone tra i piedi non c’è sempre e solo una cosa giusta da poter fare. Lo ha dimostrato, ancora una volta, contro il Lecce, quando invece di tirare sul cross di Gosens ha preferito stoppare, dribblare un difensore avversario e dare palla indietro a Henrikh Mkhitaryan. C’è mai solo una cosa giusta. A volte va benissimo fare quella sbagliata sfruttando l’intuizione migliore.

       


     

Olive è la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Nella prima puntata si è parlato di Khvicha Kvaratskhelia (Napoli), nella seconda di Emil Audero (Sampdoria), nella terza di Boulaye Dia (Salernitana), nella quarta di Tommaso Baldanzi (Empoli), nella quinta di Marko Arnautovic (Bologna), nella sesta vi ha invece intrattenuto Gabriele Spangaro con Beto (Udinese), nella settima di Christian Gytkjær (Monza), nell'ottava Armand Laurienté (Sassuolo), nella nona Sergej Milinkovic-Savic (Lazio), nella decima Sandro Tonali (Milan), nell'undicesima Cyriel Dessers (Cremonese), nella dodicesima Tammy Abraham (Roma), nella tredicesima Stefano Sensi (Monza), nella quattordicesima Federico Baschirotto (Lecce), nella quindicesima Moise Kean (Juventus), nella diciasettesima Rasmus Hojlund (Atalanta); nella diciottesima M'Bala Nzola (Siena); nella diciannovesima Federico Dimarco (Inter); nella ventesima Cyril Ngonge (Hellas Verona); nella ventunesima Riccardo Saponara (Fiorentina); nella ventiduesima Perr Schuurs (Torino); nella ventitreesima Ola Solbakken (Roma); nella ventiquattresima Riccardo Orsolini (Bologna).

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