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A Liverpool c'è un pastore di anime (calcistiche): Jürgen Klopp

Come può un allenatore tedesco che ha vinto poco e perso molto essere il più amato della Premier League? Il mistero di Klopp e il suo gioco che martella come una batteria heavy metal

19 Febbraio 2019 alle 10:25

A Liverpool c'è un pastore di anime (calcistiche): Jürgen Klopp

Elaborazione grafica da foto LaPresse

Sarà per il modo di fare, istintivo. Sarà per la mimica facciale, attoriale. Sarà per il sorriso, contagioso. Sarà per lo spirito, rock&roll. Sarà perché antidivo, anticonformista, antisistema, a volte, ma Jürgen Klopp è difficilmente classificabile come antipatico. Lo dice un sondaggio del sito Transfertmarkt: è il tecnico più amato nel Regno Unito. Lo dicono i messaggi dei tifosi sui social della sua squadra, il Liverpool. Lo si sente soprattutto dai cori che spesso si levano dalle tribune di Anfield: “Jürgen Klopp na na na na / Jurgen Klopp na na na na / He's taken over power / He's only just begun / He's gonna bring us glory / And he fucking hates the sun” (Ha preso il potere / Ha appena iniziato / Ci porterà la gloria / E lui, cazzo, odia il Sole).

 

 

Klopp è la nuova puntata di una storia vecchia quasi un secolo, antica quasi quanto il calcio. Una storia iniziata in un giorno di pioggia del 1925. Fuori dallo stadio c’erano qualche giornalista e un allenatore che aveva appena vinto il secondo titolo consecutivo con l’Huddersfield Town. A Herbert Chapman contestavano il gioco difensivo e il suo atteggiamento poco conciliante, anzi “antipatico”. Lui rispose: “Chi vince non può stare simpatico ai più. E’ amato dai propri supporter, ma sta sulle scatole a tutti gli altri. E nemmeno chi perde sempre può essere simpatico: gli incapaci sono invisi a tutti. A voi piace chi vince quando non serve e perde quando non lo dovrebbe fare: ecco i simpatici. Io vinco, non vi piaccio e di questo me ne frego”.

 

Jürgen Klopp non è Chapmann, non è un incapace, tutt’altro, è uno di quelli che l’allenatore che inventò il Sistema definì “amorevoli”: quei “buoni intenditori di calcio che per troppa passione finiscono per smarrire la via della crudeltà sportiva”.

 


Illustrazione di Andrea Bozzo


 

Jürgen Klopp è quello che “non si discute, si ama”: striscione della Kop, la curva del Liverpool. È quello che “vale più di una coppa”: sciarpa degli ultras del Borussia Dortmund. È quello che riesce a instaurare un legame speciale con i tifosi, al di là dei risultati ottenuti, dei trofei alzati. Successi o insuccessi con lui contano sino a un certo punto, quello che conta davvero è come parla, cosa dice, come gioca la sua squadra. Quando finisce le parole per lui parlano le facce stravolte dei suoi giocatori, le loro maglie sudate, la sensazione che di meglio non si poteva fare, perché tutto è stato dato: grinta, cuore, passione. Grazie a tutto questo le sue squadre sono arrivate due volte in finale di Champions League, una volta in Europa League, una nella Coppa di Lega inglese. Tutte perse, nessuno glielo ha mai rinfacciato.

 


Foto LaPresse


  

Jürgen Klopp è quello imprevedibile, che ti spiazza e spiazzandoti ti conquista. Come quando si presentò in Bundesliga. Allenava il Mainz, era il campionato 2004/2005, seconda giornata. L’Amburgo domina il primo tempo. Va in vantaggio grazie a un tocco di ginocchio di Daniel Van Buyten. Gli Nullfünfer vanno negli spogliatoi frastornati, convinti che poteva andare molto peggio. Rientrano in campo però trasformati: in dieci minuti ribaltano il risultato grazie a una doppietta di Antônio da Silva. In conferenza stampa gli chiedono come si spiega le due facce della squadra e come è nata quella vittoria dannunziana. Lui ci pensa qualche secondo, si gratta il mento, allarga le braccia e stupito fa: “Non ricordavo di aver conquistato Fiume”.

 

Jürgen Klopp è quello che in panchina ci è “finito per caso, forse troppo in fretta”, parole sue di un anno fa, ma che seduto su di una panchina ci ha “preso gusto a rimanerci”. Da giocatore a tecnico in poche ore, senza sapere bene neppure il perché di quel “ma sì, che ci perdo!”, detto al presidente. Tanto doveva essere una soluzione temporanea, il male minore da infliggere a una squadra depressa e al limite del tracollo. 

 

Il 26 febbraio del 2001 la dirigenza del Mainz aveva cacciato Eckhard Krautzun. Il giorno prima avevano perso male contro il SpVgg Greuther Fürth e l’allenatore si era difeso dicendo che con i giocatori che aveva non c’era niente da fare: i biancorossi erano terzultimi in 2.Bundesliga, l’equivalente della nostra serie B. Il direttore sportivo, Christian Heidel, dopo aver ricevuto solo rifiuti da altri allenatori, si rivolse disperato al giocatore più esperto e non titolare che aveva in rosa, uno che nella vita aveva giocato ovunque, attaccante, centrocampista, difensore, sempre con tanta grinta e poca tecnica. “Ma non trovate di meglio?”. Al no del dirigente, Jurgen sbuffò e si sedette in panchina.

 

Raccontò alla Bild il capitano del Mainz di allora, il portiere Dimo Wache: “La prima cosa che Klopp ci disse la ricordo ancora: ‘Piacere sono il vostro nuovo allenatore. Quello di prima mi ha detto che siete degli incapaci. Secondo me è uno stronzo’. La seconda cosa che fece fu metterci davanti a una tv dicendoci: ‘Guardate bene, dobbiamo giocare così’. Gli facemmo notare che quello era il Real e che noi eravamo terzultimi. Lui rispose che era sempre meglio di essere ultimi: ‘Partiamo avvantaggiati’”. In due giorni cambiò modulo, impostazione tattica, soprattutto “cambiò la nostra testa”. Il Mainz nelle prime sei partite della sua gestione conquistò cinque vittorie e un pareggio. Si salvò con tre giornate d’anticipo. 

 

Klopp voleva giocare ancora un paio d’anni, fu obbligato a prendere il patentino da allenatore: venne riconfermato. Quello che doveva essere un’esperienza momentanea si trasformò in un viaggio di sette anni, tre di questi nella Bundesliga. L’epilogo fu una festa chiassosa e piena di lacrime: quelle per la mancata promozione, quelle, soprattutto, per l’addio a un allenatore che era diventato “un pezzo di cuore di Magonza”. Ventimila persone nella piazza della città tedesca che cantavano una vecchia canzone di Trude Herr: “Jurgen, Jurgen niemals geht man so ganz”, ossia caro Jurgen "nessuno se ne va mai via del tutto”. Il tecnico aveva accettato l’offerta del Borussia Dortmund, avrebbe continuato in Vestfalia a far scendere in campo il suo calcio. Lasciò Mainz piangendo. Ci tornò da avversario: giocò in uno stadio che cantava il suo nome. E anche ora che ha oltrepassato la Manica per guidare il Liverpool continua a dire che a Magonza ritornerà, che al Mainz chiuderà la carriera: “Sempre se mi vorranno anche vecchio e bollito”.

  

 

Si promise dopo quell’addio di non cadere più nello stesso errore, quello di farsi così coinvolgere emotivamente da una squadra di calcio. Non ci riuscì.

 

A Dortmund rimase sette anni, e il 23 maggio 2015 si ritrovò al centro del campo del Westfalenstadion, commosso e incantato a osservare ottantamila persone che lo applaudivano e che all’unisono cantavano “Danke Jurgen”.

 

 

Il Borussia aveva appena battuto 3-2 il Werder Brema, aveva conquistato l’accesso all’Europa League dopo una stagione bizzarra, iniziata da candidata alla vittoria del campionato e continuata, sconfitta dopo sconfitta sino al fondo della Bundesliga. Poi la rincorsa affannata e disperata all’Europa. La qualificazione agguantata fu il regalo d’addio alla Gelbe Wand, la curva dei tifosi degli Schwarzgelben.

 

Lasciò Dortmund dopo aver vinto due campionati consecutivi, a nove anni dal precedente conquistato dai gialloneri, ma nel biennio peggiore del Bayern, altrettanti persi praticamente senza mai essere davvero in corsa per contenderlo ai bavaresi, e una finale di Champions League lasciata ai rossi di Monaco dopo settanta minuti di grande calcio.

 

 

Lasciò soprattutto il ricordo di un gioco, se non unico, sicuramente non convenzionale. Un gioco intenso, figlio dell’insegnamento di Wolfgang Frank, l’allenatore che eliminò per primo in Germania il ruolo del libero, introdusse la zona e insegnò ai suoi uomini quello che l’Ajax di Michael abbozzò e che lui istituzionalizzò: il gegenpressing, ossia la pratica di pressare l’avversario immediatamente dopo aver perso palla senza aspettare di riorganizzare la difesa. Frank allenò Klopp e a Klopp insegnò molto. Su tutto il suo mantra: “Gioca lontano dalla tua porta. E ricorda: undici uomini, un unico corpo”.

 

 

Klopp non è un grande tattico: le sue squadre non sono mai state perfette. A essere perfetta è l’integrazione, la capacità di sacrificio di tutti per una sola causa, quella di squadra. “Ognuno dà il massimo sul campo per non deluderlo”, ricordò il difensore ex Borussia Neven Suboticć alla Faz. “Con lui si crea un legame che va oltre quello prettamente sportivo. Non è solo il tuo allenatore, è qualcosa di più. Non è uno che dici ‘è un amico’, è più un confessore, un pastore di anime calcistiche”.

 

Il suo è un calcio che parte da Franz e abbraccia il messaggio del Vangelo. “È stato in chiesa, dopo che il Mainz mi propose di allenare, che ho capito quale fosse il principio fondante del gioco che avevo in mente”. Klopp lo racconterà al Telegraph: “La cosa principale, sia quando disputiamo una partita sia quando ci alleniamo, è rafforzarsi l’un l'altro. È in questo modo che intendo la vita, è in questo modo che si diventa una squadra: aiuta il tuo compagno a migliorarsi e lui ti aiuterà a essere migliore. Essere egoisti è sempre più facile che essere altruisti, perché essere altruisti è un doppio lavoro, ci si deve prendere cura di noi stessi e di un altro. Ma è il miglior modo di essere uomini, il messaggio più importante del Vangelo”.

 

Il suo è un calcio “di fede, nel senso che non giochi solo una partita, per una squadra. Giochi per un’idea. Quella che lui ti ha fatto comprendere, apprezzare, amare, quella in cui lui ti ha fatto credere”, ha detto Mats Hummels, difensore che Klopp fece diventare titolare a 19 anni al Borussia Dortmund. E’ soprattutto heavy metal: “Alla mia squadra”, disse Klopp alla Bild, “non chiedo l’impossibile. Chiedo solo concentrazione, di vivere la maglia, soprattutto di martellare, martellare, martellare. Che poi non è altro che difesa alta, squadra corta, gioco d’attacco, palla bassa e intensità. Niente di diverso della batteria degli Iron Maiden”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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