Medici in difesa anche a Milano

Paola Bulbarelli

Insulti e aggressioni: i numeri fanno paura. Le colpe del “dottor Google”

In questi giorni di psicosi da coronavirus, è fortemente probabile che sia successo altro, in ambulatorio o al Pronto soccorso. Ma i numeri ufficiali sono aggiornati a fine 2019. A volte basta pochissimo. Come un farmaco che il medico ritiene di non dover prescrivere. Partono ingiurie, parolacce, urla fino ad arrivare alle minacce e alle mani. “A Milano è un gravissimo problema – racconta al Foglio Rossana Giove, direttore sociosanitario dell’Ats Metropolitana – Al pronto soccorso, nelle continuità assistenziali, la violenza  perpetrata sia dai pazienti che dai parenti, che ritengono che il proprio congiunto non sia assistito nella maniera adeguata, è in costante ascesa”.

 

Questo allarme, sciorinando numeri precisi e impressionanti, la dottoressa Giove li ha presentati sabato scorso al convegno, “La violenza contro i medici”, organizzato dall’Ordine dei medici di Milano. Per la precisione, sono 1.704 atti di violenza in tre anni, a Milano. È questo il numero dei medici aggrediti negli ospedali cittadini: 713 solo nei primi sei mesi dell’anno scorso, 704 aggressioni fisiche o verbali nel 2018, quattro volte in più rispetto al 2017 e cinque dalle 120 del 2016. Un’emergenza vera. “I dati li recuperiamo un anno con l’altro – spiega Giove – ogni Ats ha messo in campo una unità operativa che si occupa proprio di rilevare questo dato. Il ministero della Salute aveva emesso una raccomandazione, nel 2007, che aveva fatto sì che ogni struttura sanitaria avesse al suo interno una pool per valutare il rischio sanitario e gli eventi avversi rispetto anche alle violenze”. “E’ molto importante che si porti alla ribalta questa situazione perché si parla sempre di malasanità, notizie che colpiscono emotivamente l’opinione pubblica che ascolta e trae conclusioni”. Poi c’è l’altra sponda di quello che dovrebbe essere un servizio, ma rischia di diventare una barricata e non soltanto per i malfunzionamenti delle strutture sanitarie: molto è colpa della maleducazione e di una disinformazione in materia di salute crescente. Così le prime vittime sono gli operatori di guardie mediche e pronto soccorsi, medici, infermieri, ausiliari. Seguiti da chi lavora nei servizi psichiatrici. Le donne sono due volte più a rischio degli uomini. Si sa che dei 3.576 infortuni sul lavoro riconosciuti da Inail tra il 2013 e il 2017 in Lombardia con il codice che identifica la “violenza da persone esterne”, 1.319 riguardavano personale sanitario: il 37 per cento. Gli episodi denunciati negli ospedali lombardi sono stati 4.887 dal 2016 alla prima metà del 2019, di cui 1.142 nei primi sei mesi dell’anno scorso: sei al giorno. Con un picco di 296 casi segnalati nella prima metà del 2019 nei presidi dell’Asst Nord Milano (che oltre a due ospedali ha più di venti poliambulatori), altri 144 all’Asst Santi Paolo e Carlo e 105 tra Fatebenefratelli, Sacco e Buzzi, mentre dal Niguarda sono arrivate 19 segnalazioni.

 

C’è un rovescio della medaglia. “Lo dico da medico, sono psichiatra ho lavorato sul campo – prosegue Giove – Un tempo la gente aveva soggezione del camice bianco. Adesso vuoi perché la gente ha ormai il dottor Google, vuoi che gli avvocati cavalcano l’onda della denuncia nei confronti della malasanità, i cittadini si sentono autorizzati a prevaricare su ciò che dice un medico. Nei Pronto soccorso, mi è stato raccontato, ci sono avvocati con il biglietto da visita che danno in mano al paziente esortandoli a essere chiamati per una denuncia qualora non fossero soddisfatti della prestazione”. Un clima che non aiuta il personale medico a svolgere al meglio le sue funzioni. “Tutto ricade sulla medicina difensiva che a sua volta non facilita il medico secondo il giuramento di Ippocrate, perché il medico ha anche paura. Prescrive esami che magari non sono necessari perché si para le spalle e ha la coscienza a posto”. Una professione che, in pratica, si è trasformata. “Credo che i medici siano molto arrabbiati al punto che non sono più disponibili al dialogo se un paziente alza la voce e non cercano di spegnere l’alterco. Il medico un tempo aveva più disponibilità perché culturalmente aveva un ruolo ben diverso da oggi”. Esperienza fatta sul campo. “Ho iniziato a lavorare nel reparto psichiatrico di Niguarda e posso dire che i pazienti psichiatrici hanno scatti d’ira, ma non li vivevo come tali, pensando alla professione come una missione. Ho fatto la psichiatra per 15 anni all’interno delle carceri e non mi è accaduto nessun episodio di violenza. I parenti invece sono devastanti perché non capiscono che vanno ad alterare il rapporto medico paziente e il medico, spesso, si sente intrappolato in queste situazioni”.

 

A che conclusioni è arrivato il convegno? “Dare spazio ai dati in modo che le aziende sanitarie mettano in atto una maggior tutela degli operatori sanitari. Una tutela che non è facile. Possono essere azioni legate alla parte architettonica degli edifici ospedalieri in modo che si creino delle vie di fuga per i sanitari. E poi bisogna fare formazione per leggere bene ciò che sta accadendo, cogliere il momento critico e sapere come porsi davanti a questi pazienti”. Compresi corsi di autodifesa.

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