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Zinga, Beppe e Majorino

Dall’Europa, un ottimista eurodeputato ci spiega il nuovo Pd e i suoi effetti di “discontinuità” su Milano

19 Gennaio 2020 alle 06:00

Zinga, Beppe e Majorino

Pierfrancesco Majorino (foto LaPresse)

La sua partenza per l’Europa, per Milano, ha significato molto. Anche nel senso di assenza dal capoluogo economico d’Italia. Pierfrancesco Majorino ha incarnato l’anima “politica” della giunta di Milano. Un passo dietro al sindaco Sala, che ha tuttavia recepito la gran parte degli stimoli dell’ex assessore al Welfare. L’influenza di Majorino nella costruzione dell’immagine politica pubblica di Milano è stata, ed è ancora, evidente: “Beppe Sala mi auguro divenga  un protagonista del nuovo partito (di Zingaretti, ndr). Ma soprattutto lo vedo come il capo dell’internazionale democratica dei sindaci che dobbiamo costruire, contro l’internazionale sovranista. Che vuole trasformare le città in laboratori del rancore”, spiega Majorino al Foglio. Due note a margine. L’eurodeputato è l’esponente forse più vicino a Zingaretti, a nord del Po. La seconda, è che vale per lui quello che vale per tutti i politici, una frase di Pessoa: ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.

 

“Zingaretti ha ragione – ragiona Majorino – La strada del partito nuovo è quella giusta. Dobbiamo ricostruire il Pd a partire dai soggetti con cui lavorare. Soggetti nuovi, ovvero quei cittadini che ci siamo trovati a fianco nelle piazze, o che hanno partecipato alle primarie ma che poi non siamo riusciti a coinvolgere nella nostra azione politica. Questo è quello che dobbiamo fare. Per riuscirci non basta assolutamente parlare di forme e di contenitori, ma bisogna parlare di contenuto. Solo il contenuto rende efficaci e credibili. Voglio dirlo chiaramente: per rigenerare il Partito democratico occorrono azioni chiare nelle istituzioni e da parte del governo”. E’ un’opa non ostile per Sardine e Movimento cinque stelle? “Mettiamola così: non credo che la cosa si concluda con la sommatoria dei rappresentanti di qualcosa.  E’ ovvio che chi è sceso in piazza con le Sardine sia un interlocutore naturale. Ma ci sono anche tantissimi che danno vita a liste civiche e iniziative legate alle proprie comunità e che magari poi non si ritrovano nella costruzione dell’attuale Pd. Penso ai ragazzi che in questi mesi stanno ponendo la questione ambientale con radicalità. In quest’ottica sbaglia chi pensa che l’alchimia giusta, invece di creare un cantiere aperto, sia quella di dare ai promotori delle Sardine un posticino, in una micro coalizione con Pd ed ex Leu”. E una alleanza con il M5s? “E’ un problema loro, dipende molto da loro. Noi abbiamo bisogno di costruire un campo ampio con chi condivide i nostri valori, la coesione sociale, la democrazia, l’Europa, la svolta ambientale. In questo quadro è possibile aprire una interlocuzione con i 5s, ma senza starli a inseguire. Segnali di disponibilità ne abbiamo dati, e sta a loro scegliere se entrare nel laboratorio oppure se vogliono stare fermi cambiando l’interlocutore di volta in volta, diventando una macchietta della politica”.

 

Torniamo a Beppe Sala e alle tematiche ambientali. Ultimamente c’è stata una lite con i Verdi per qualche albero tagliato. “Le critiche dei Verdi all’amministrazione di Milano sono sbagliate e ingenerose. Una valutazione, la loro, ridicola del lavoro fatto in questi anni. Poi ognuno reagisce con il temperamento che gli è proprio ma Sala ha ragione a dire ai Verdi che stanno dicendo una boiata pazzesca”. Alla fine il futuro di Sala qual è? Di nuovo sindaco di Milano? “Ripeto, Sala deve essere uno dei protagonisti del nuovo partito di Zingaretti. E credo che dovrebbe farlo da sindaco di Milano, da rappresentante di una esperienza importante. Noi ci siamo mossi prima di altri e in questi anni abbiamo rappresentato un modo di governare di grande apertura, ma molto unitario tra le varie correnti nel Pd e fuori dal Pd. Questo è un bell’esempio. Ma vorrei dirlo forte: non lo dico con supponenza o ritenendo la nostra un’isola felice”. Il Pd di Milano, in effetti, sta “smontando” la mitizzazione del modello Milano che il resto d’Italia mostra di non amare… “Il punto non è neppure quello di stare antipatici al resto d’Italia. Il punto è che non dobbiamo banalizzare. Milano è cresciuta, è vero. E dobbiamo vantarci dei traguardi raggiunti. Ma è un posto anche nel quale si sono consolidati grandi problemi come il costo della vita e della casa. Il tema posto da Beppe Sala quando ha detto che sarà, in caso di rielezione, discontinuo con se stesso, era profondo. C’è la consapevolezza che non basta ricandidarsi ma su alcune cose bisogna essere ancora più radicali. E lo deve essere anche il governo, più radicale. Sui temi della battaglia contro la povertà e per il lavoro. Nel partito nuovo abbiamo bisogno di tornare a conquistare i lavoratori delle aziende in crisi o i trentenni italiani che sono sparsi in giro per l’Europa, spesso banalizzati come cervelli in fuga e che invece devono essere i protagonisti di un’idea transnazionale dei democratici. In tutto questo gli organigrammi e tizio e caio vengono dopo. Non è un tema di quanti milanesi si hanno nella segreteria del Pd o nel governo”.

Fabio Massa

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