La parrocchia del quartiere modello di Feltre alle prese col cattoleghismo

Cristina Giudici

Tutti pensano che si debba dialogare coi populisti. Più che della presunta religiosità del leader della Lega, i parrocchiani preferiscono parlare di tasse, sviluppo, lavoro e opere pubbliche: è la risposta pragmatica del cattolicesimo operoso

Questa è la seconda di una serie di puntate sui viaggi di Cristina Giudici tra le parrocchie milanesi.


 

"Non voto Salvini, ma non mi piace l’accanimento nei suoi confronti. Ora che ha contro tutti, provo una certa simpatia. Sugli sbarchi dei migranti ha sbagliato, radicalizzando lo scontro sociale, ma sulla famiglia, sull’Europa e sull’economia dice cose di buon senso. E’ un leader rassicurante che promette legge, ordine e difesa delle tradizioni”, dice il signor Armando, occhiali rotondi e un sacchetto di viveri in mano da donare al Banco alimentare per le famiglie indigenti, allestito nello scantinato della parrocchia Sant’Ignazio di Loyola. All’inizio non è stato facile dialogare con i parrocchiani del quartiere Feltre, considerato una variante minuscola del villaggio Olivetti per via della buona edilizia sovvenzionata. Sorto alla periferia orientale di Milano negli anni 60, vicino al Parco Lambro, con case popolari e spazi verdi, i negozi e la chiesa al centro, ancora oggi vi si respira un clima da paese in città. Un quartiere conosciuto anche per la vivacità della sua comunità cattolica. Qui in un’altra epoca, in un altro mondo, dentro un’altra storia, “le porte delle case non venivano chiuse a chiave perché tutti si conoscevano e il sentimento prevalente era la fiducia nel prossimo”, ci ricorda il parroco don Luciano Frigerio. Oggi si respira ancora l’atmosfera di una comunità compatta, ma le fratture sociali si sono insinuate anche qui, fra gli abitanti, soprattutto se anziani, che ora devono fare i conti con la paura. 

 

E all’interno dell’oratorio i parrocchiani che passano con sacchetti di viveri da donare al Banco alimentare camminano veloci. E non solo per il freddo: paiono diffidenti nei confronti di una forestiera che è venuta a porre qualche domanda su un tema che, dentro il pur variegato universo delle parrocchie, è ancora un tabù: il cattoleghismo. Dopo che in un’intervista al Corriere il cardinale Camillo Ruini ha socchiuso le porte al dialogo con Salvini, anche in questa parrocchia frequentata, tra le altre componenti, anche da un nucleo storico di appartenenti a Comunione e Liberazione, l’unico movimento ecclesiale che si sia cimentato con la politica negli scorsi decenni, ci si interroga sul dialogo con i sovranisti. Lentamente, la diffidenza si scioglie. Una signora che arriva appoggiandosi a un bastone, dice con veemenza: “Io sono stata sempre socialista e trovo giusto accogliere i migranti, ma mai e poi mai a casa mia, sia chiaro”. Anche se poi in questo quartiere si vedono pochi migranti e non è l’astio verso gli stranieri ad essere il nodo principale, bensì la paura della precarietà, materiale ed esistenziale, che può essere contagiosa. E anche la solitudine, visto che sono diversi quelli che arrivano disperati in cerca di conforto. Don Marco Lucca, il vicario parrocchiale, carattere estroverso e approccio empatico, sdrammatizza: “I leghisti vanno per le strade, nei mercati, parlano con tutti. Mi pare normale che facciano breccia anche fra i credenti”. L’unico straniero presente, origini sudamericane, che viene in parrocchia a fare volontariato, chiede: “Ma Salvini è quello che voleva dare i bonus alle famiglie?”; “Ma no ti sbagli”, replica un altro con un sorriso ironico stampato sulle labbra, “fai confusione con il M5s che ha creato il reddito di cittadinanza”.

 

Chiacchiere a parte, nella parrocchia di Feltre chi appartiene al movimento di Cl preferisce persone più affidabili rispetto al leader della Lega, ma senza estremizzare. Però non è così per tutti i parrocchiani. Alcuni esprimono giudizi favorevoli, che non sembrano dettati dalla pancia o dalla paura. Piuttosto da un ragionamento su quella che durante l’epoca berlusconiana si chiamava la filosofia del fare. Interpellati sulla vera o presunta religiosità del leader della Lega, preferiscono parlare di tasse, di sviluppo, lavoro, opere pubbliche. “Bisogna ricostruire un tessuto sociale dal basso, se vogliamo evitare che i cattolici cedano al populismo”, azzarda un altro parrocchiano, una vita passata nella Cisl. Certo, dopo la messa domenicale i giovani più devoti che hanno pregato in ginocchio sul pavimento perché mancava spazio fra i banchi, reagiscono in modo sdegnato alla domanda scomoda sul cattoleghismo. Anche se è palese che anche qui si è creata una frattura. Le reazioni alle domande sul rapporto fra cattolici e il Capitano sono diverse e variegate, ma sembra esserci un minimo comun denominatore: tutti pensano che si debba dialogare coi populisti. Niente demonizzazioni e nemmeno opposizione globale stile Sardine. E questa considerazione pare più dettata dal pragmatismo del cattolicesimo operoso che dalla “sola fede”. “Gli anziani fanno più fatica ad adeguarsi, a comprendere la complessità. Ci sono stati furti anche in parrocchia ed è cresciuta l’esigenza di una società più ordinata, più stabile, più sicura”, ragiona il parroco don Luciano, “ma il Vangelo serve a far luce sulle ombre”. Morale. Anche nella comunità del quasi pacifico quartiere Feltre, ha fatto breccia un cattoleghismo moderato che guarda a Salvini come qualcosa d’altro che un semplice orpello contro la paura in agguato. 

 

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