La Bocconi e una mission, amministrare il mondo nuovo

Daniele Bonecchi e Maurizio Crippa

Rivoluzione digitale, Brexit, crescita e investimento sul sapere. Parla il rettore Gianmario Verona

Lo spirito è lo stesso. Perché quando nel 1902 Ferdinando Bocconi – dopo una lunga gavetta come venditore ambulante di stoffe e mercerie, poi imprenditore di abiti confezionati che già inauguravano il mondo della grande distribuzione: i Magazzini Bocconi diventarono poi la Rinascente – inaugurò la sua università con un corso di laurea in economia e commercio e uno in lingue, aveva l’obiettivo di preparare i giovani direttori che avrebbe assunto nei suoi grandi magazzini. Oggi, a quasi 120 anni di distanza, sono imprese come Vodafone, Intesa Sanpaolo, Luxottica, Axa a chiedere alla Bocconi e a finanziare corsi su misura, per formare manager preparati e competenti, che hanno bisogno di skills multiple e di una base di competenze scientifiche, matematiche e digitali sempre in evoluzione. “La Bocconi nasce in un momento storico straordinario e non poteva che nascere a Milano”, spiega Gianmario Verona, rettore dal 2016 dell’ateneo. “Ferdinando Bocconi è stato un imprenditore con una visione internazionale. E non è un caso che la nascita della Bocconi sia contemporanea alla nascita delle principali business school a livello mondiale, le scuole professionali di management, nate a cavallo della crescita industriale. In quegli anni c’era un humus che favoriva la nascita di una professione nuova e l’idea di Bocconi era legittimare la professione di amministratore. Qualcosa di più di ciò che oggi chiameremmo un master in business administration, ma una laurea di quattro anni, una vera formazione accademica per economisti. E con un’attenzione all’industria e al territorio”.

 

L’Università Commerciale Bocconi ha come punto di partenza il tessuto industriale e la città di Milano. Oggi la locomotiva d’Italia è il traino verso l’economia globale e il legame della Bocconi con la città “si è consolidato negli anni – continua Verona – Milano, anche nei momenti più bui, l’ho sempre vista come una città di frontiera, dal punto di vista culturale e dell’innovazione. Se Roma è Washington, Milano è New York. Il nostro rapporto con la città si è consolidato negli anni a beneficio di entrambi. La forza di Milano è l’essere internazionale ma, allo stesso tempo, è l’Italia e non solo per la sua bellezza”.

 

Non è un caso che l’università Bocconi sia la prima, senza clamori, a istituire corsi di laurea in lingua inglese. E oggi punta con forza sul learning digitale “che offre la possibilità di trasformare il lavoro in aula in un approfondimento di quanto si è già condiviso prima della lezione”. Nella stessa ottica di un’offerta universitaria all’altezza dei maggiori atenei mondiali va la scelta del grande campus da poco inaugurato: “Abbiamo creduto che per essere davvero attrattivi verso studenti italiani e stranieri dovevamo, a parità di condizioni, avere dei servizi che fossero coerenti col benchmark mondiale e quindi abbiamo pensato di lavorare su Milano, sul nostro campus per renderlo non solo bello ma funzionale, con servizi coerenti con le esigenze degli studenti”. oggi in Bocconi gli studenti stranieri complessivamente sono il 20 per cento del totale, il 60 per cento dei corsi è in lingua inglese, in questi ultimi gli stranieri sono il 40 per cento. “Abbiamo elaborato un piano strategico che ci porterà al 2030 aumentando la presenza di studenti internazionali. Già oggi la prima nazionalità è dei francesi, poi cinesi, la terza dei tedeschi, la quarta dei turchi, la quinta viene dagli Usa”.

 

Dato significativo, gli studenti americani sono in crescita, certe chiusure della mente americana, per parafrasare un famoso libro, spingono le famiglie a cercare percorsi di formazione europei. Capiterà anche con la Brexit? Troppo presto per dirlo, ovviamente. “L’obiettivo è quello di confermare la vocazione internazionale della Bocconi, per attrarre i migliori talenti, senza aumentare i corsi o il numero degli studenti ma migliorando i servizi”. E a proposito di servizi, la scelta del nuovo campus è innovativa in una città (e in un paese) che ha fame di alloggi per studenti. Il Nuovo Campus, a firma delle due archistar giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa dello studio SANAA sorge sull’area che un tempo occupava la Centrale del latte. E va a inserirsi nel tessuto urbano di una parte di Milano in cui la presenza “diffusa” della Bocconi è il tratto distintivo. Seguiranno la nuova sede della SDA Bocconi, composta da tre edifici (Master, Executive, Office) e un centro sportivo e ricreativo con piscina olimpionica, che sarà aperto alla città.

 

Milano fa la differenza in Italia e per l’Italia, riprende la sua analisi Verona, ma non è un’isola. La fase di recessione economica pesa ancor di più con un esecutivo che mette in evidenza troppe incertezze. “L’Italia è un paese molto più stabile di quello che sembra – osserva il rettore – abbiamo una stabilità politica superiore rispetto a quella che viene percepita esternamente. Abbiamo un sistema di check and balance, col presidente della Repubblica, che garantisce una stabilità che all’estero a volte non viene percepita. C’è un sistema di pesi e contrappesi davvero molto solido. Fatta questa premessa, abbiamo un debito straordinariamente alto e non abbiamo una leadership a livello internazionale. Ma se penso ai professori stranieri cui offriamo di venire nella nostra università, Milano è un aiuto, perché è uno degli hub europei più prestigiosi. E poi questo è un paese dove si vive, in media, molto bene. Anche se noi siamo sempre molto critici con noi stessi”.

 

Bocconi è, naturalmente, anche un osservatorio privilegiato sulle dinamiche economiche. Imprese in sofferenza, alta pressione fiscale, difficoltà crescenti nell’export. Il rettore non nega i problemi ma va più al fondo: “C’è una situazione di complessità dal punto di vista evolutivo – spiega – si tratta di un cambiamento paradigmatico, dal punto di vista tecnologico. Un aspetto che stiamo sottovalutando. Noi restiamo un paese manifatturiero e il terzo esportatore in Europa (eravamo il secondo) ma abbiamo una forza straordinaria. Abbiamo un potenziale nel settore dei servizi – penso al turismo – davvero immenso. È un momento di profondo cambiamento e bisognerebbe aiutare la nostra impresa ad emanciparsi, da un lato con la tecnologia, per rimanere al passo dei mutamenti in corso, dall’altro sul fronte dell’organizzazione. Penso al tema della dimensione e dell’organizzazione delle imprese. Noi restiamo un paese di grande creatività ma oltre al cambiamento tecnologico serve un’evoluzione in termini dimensionali delle imprese. L’azienda padronale, anche se ha un grande nome, non è in grado di attrarre talenti, nemmeno nei settori di management su cui lavoriamo noi in Bocconi. Le aziende che hanno una logica manageriale aiutano a crescere un manager anche nella sua leadership, in un’azienda padronale il manager sa di non avere la stessa autonomia. Non è solo questione di dimensioni, ma proprio di logica imprenditoriale”.

 

La Brexit è un oggetto ancora misterioso. Ma anche le università sono alle prese con la necessità di decrittarlo. Cosa accadrà? “Potenzialmente è una grandissima opportunità – spiega Verona – anche se personalmente ero contrario, perché il Regno Unito per ciò che rappresenta dovrebbe restare in Europa. Ma ora il problema c’è: se facciamo diventare Londra una sorta di Singapore europea, diventa un dramma per tutti noi. Patti chiari e amicizia lunga. Loro vogliono restare fuori e allora bisogna trarre le conseguenze”. Vale per l’industria e la finanza, ma vale anche per i settori dei servizi e anche della formazione: “Nel campo universitario, se sono fuori dall’Ue ma continuano a assorbire risorse umane, sarebbe un danno: devono essere chiare le regole. Poi c’è una opportunità per le nostre università. Sia l’America che il Regno Unito – benché eccellenze mondiali per le università – oggi trasmettono una visione generale di isolamento, di irrigidimento. Le famiglie, prima di iscrivere un figlio in un dato ateneo, si interrogano sulla formazione, e sugli sbocchi professionali”.

 

Nata “commerciale”, la Bocconi oggi ha un’idea precisa di cosa significhi formare manager, amministratori, economisti adatti a un mondo globale. Ed è per questo che la sua collocazione internazionale cresce. Gli indirizzi di studio sono cinque: scienze economiche, scienze aziendali, scienze politiche, scienze giuridiche, data science. Sono “scienze sociali”, sottolinea Verona, in un mondo di per-specializzazione anche accademica e contemporaneamente di sovrapposizione tra varie discipline, è importante mantenere un’impronta coerente. Il 30 per cento degli studenti va a lavorare nel macro mondo della finanza, il 25 nel marketing e nella consulenza, un altro 25 si rivolge all’accounting, il 10 trova uno sbocco nella ricerca (alla Banca d’Italia ecc.). Ma la formazione nell’èra digitale cambia le carte in tavola. “Il sistema digitale è ancora un grande punto di domanda. Perché cambia la vita anche delle aziende in due modi: dal punto di vista del prodotto e da quello del processo. Dal fintech alle cripto valute, fino ad arrivare al marketing, il digitale insiste sulla erogazione, sui processi, con opportunità immense”. Infine, a proposito di guardare avanti, in autunno debutterà il primo corso di laurea (quadriennale) tutto dedicato all’intelligenza artificiale.

 

Il rapporto della Bocconi col mondo dell’impresa è solido e destinato crescere, ma resta aperto un problema: “Nell’università italiana c’è il grande tema delle risorse, perché occorre investire in tecnologia, e non solo. Da questo punto di vista l’Italia deve fare molto di più. Certo, ci sono i centri e gli atenei di eccellenza che recuperano risorse dai privati. Servirebbe un’attenzione politica molto diversa. Mi sembra apprezzabile la scelta dell’esecutivo di dividere ora la scuola dall’università, può aiutare a concentrarsi meglio su ogni settore. E poi e il ministro Manfredi è persona competente”, conclude aprendo una linea di credito al governo il rettore Verona. Anche se alla Bocconi sembrano aver scelto una strada destinata a dare risultati sicuri: contare sempre sulle proprie forze.

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