Non è mai troppo tardi per cominciare a pensare al sindaco

Fabio Massa

Sala deciderà il da farsi entro l’estate 2020. Se dicesse no, a sinistra sono guai. Ma a destra è peggio

Milano che si allaga un’altra volta ancora e si ferma è un fatto, più delle statistiche boom sui turisti. Milano che vede migliorare la qualità della sua mobilità, ma ancora nessuna rivoluzione nei quartieri periferici, è un altro fatto. Milano che deve scegliere in fretta su San Siro, senza restare “col cerino in mano” (Beppe Sala dixit) è un altro fatto ancora. Ed è da questi fatti, più che dalla politica degli schieramenti, che i milanesi sceglieranno il prossimo sindaco. Fra un po’ di tempo (primavera 2021), ma non fra così tanto tempo. La politica deve cominciare a pensarci.

 

Un altro fatto assodato, ma di natura politica, è invece questo: dai tempi di Marco Formentini (che fu, ottima persona a parte, un incidente figlio di Mani pulite) i milanesi non scelgono un politico per farsi governare. Anzi, meglio: sono i partiti che non schierano politici di partito per la carica di sindaco. A torto o a ragione – ma per i milanesi il sindaco è un borgomastro, un uomo della città – le figure individuate sono sempre state scelte fuori dai partiti: Gabriele Albertini, Letizia Moratti, Giuliano Pisapia e oggi Beppe Sala. Un’altra caratteristica di tutte queste figure è che sono emerse, e si sono imposte sullo scenario prima milanese e dunque (parzialmente) sul livello nazionale, in brevissimo tempo. Pisapia con una campagna per le primarie di qualche mese, Sala anche meno. Moratti e Albertini, addirittura, all’ultimo momento utile, esattamente come Stefano Parisi (e forse uno dei motivi della sconfitta è stato questo, nel caso dell’ex ad di Fastweb). Si potrebbe individuare in questa una delle ragioni per cui poi, a livello nazionale, trattandosi fondamentalmente di persone estranee alla politica (Letizia Moratti fu ministro, ma con un allure sempre tecnico, di donna manager), fatalmente non riescono a essere riconosciuti come leader da lanciare anche nella capitale.

 

Beppe Sala non fa eccezione. E’ riconosciuto come uno dei talenti del Partito democratico, al quale però non è iscritto. Indicò la linea del dialogo con il Movimento 5 stelle in tempi non sospetti, ma è di fatto rimasta una opzione locale finché a Roma (o meglio: a Firenze) non ne hanno intuito le potenzialità. Oggi Beppe Sala è preso fra tre fuochi. La tentazione, anche legittima, di lanciarsi sul terreno nazionale, che si è però di molto complicata nella nuova articolazione del quadro politico. Poi la necessità di affrontare temi rilevantissimi per la città: lo stadio in primis, ma anche gli Scali, la finanza locale da tenere d’occhio, le Olimpiadi da avviare: insomma il cuore di una sindacatura che voglia lasciare il segno. Il terzo fuoco è appunto la ricandidatura, sulla quale Sala ha già detto che scioglierà la riserva la prossima estate. Se manterrà la parola, ma decidesse per il passo indietro, alla sinistra rimarrà meno di un anno per individuare e lanciare un candidato sostitutivo con una riconoscibilità (a parte le capacità) paragonabile a quella che lo portò a Palazzo Marino. Non una situazione ottimale: quando Pisapia si ritirò, era marzo 2015, il Pd aveva già messo gli occhi su Sala. Comunque fu un periodo assai breve. Certo, c’è l’opzione Pierfrancesco Maran. Validissimo, ma vale la tentazione di cui sopra per il Papa straniero sempre e comunque. C’è poi il tema della coalizione: il rapporto con Renzi è ai minimi termini, dopo un breve intermezzo in cui era ripreso il dialogo. La sinistra-sinistra non ha di fatto una casa: una volta erano arancioni, poi pisapiani, oggi non sanno come schierarsi. Se oggi Milano ha dunque una leadership politica riconoscibile, che potrebbe addirittura tentare il salto, la coalizione è assai più vaga e fumosa di quattro anni fa.

E il candidato del centrodestra?

Nel centrodestra, se possibile, il caos è ancora più grande. Stefano Bolognini, il commissario della Lega di Milano, aveva annunciato già mesi fa l’inizio di un iter per arrivare all’individuazione di un identikit e poi di un candidato civico da opporre a Sala. Insomma, l’esigenza di un percorso lungo era delineata e assai corretta. Tuttavia per adesso ci sono solo fibrillazioni carsiche e c’è chi pensa che invece si debba pescare all’interno della Lega (anche qui, vale la consuetudine del Papa, come per Maran). Non si scalda nessuno nella società civile, neppure dietro le quinte. E pure a destra la coalizione sembra avere problemi evidenti. Il Carroccio ha quattro ruote motrici e va veloce, mentre Forza Italia soffre in modo indicibile. Qualche buon esponente liberale potrebbe anche essere individuato, ma con quale partito a sostenerlo? Non pervenuti i centristi, che ormai vivono dei propri pregi e glorie personali, specie in Regione Lombardia. 

 

Il M5s pare ancora più scollato: la base è nettamente contraria al governo con il Pd, e rumoreggia fuori dal blog. I portavoce sono presi tra i livelli nazionali e i militanti, che sono scontenti. In questo marasma, e per storia di partito, è impossibile che il M5s partorisca alcunché prima dell’ultimo miglio. Insomma, mancano due anni alle elezioni ed è molto. Ma in termini di costruzione di candidati, è un periodo brevissimo.

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