L'uscita è a destra

Fabio Massa

Tra Pirellone e Palazzo Marino le sirene (un po’ mosce) di Toti attraggono esuli. E poi c’è Renzi…

Mentre nel Pd è tornata improvvisamente e incredibilmente attuale una vecchia battuta di Paolo Rossi (“Ho creduto in Marx e mi sono sbagliato, ho creduto in Lenin e mi sono sbagliato: ora, con tutta la buona volontà, come faccio a credere in D’Alema?“), a Milano (e in Regione Lombardia) nel campo dei moderati di Forza Italia è buio profondo. E poca voglia persino di vecchie barzellette. Le forze centrifughe sono assai forti, nell’ultimo periodo. C’è Giovanni Toti, che come un amante un po’ insicuro corteggia i consiglieri regionali, ormai da anche troppo tempo. Alla fine un fuoriuscito c’è, e si tratta di Paolo Franco, da Bergamo. Lui l’aveva detto e l’ha fatto. Addio Forza Italia, se ne va nel gruppo misto con Cambiamo!. Però, gli altri sono assai indecisi. Paolo Romani era convinto che già la settimana scorsa si sarebbe fatta una scelta definitiva, e irrevocabile. Che avrebbe portato il gruppo dei totiani almeno a quota sei. Abbastanza da avere il rispetto di Attilio Fontana. Invece nulla, perché nel frattempo l’attendista Toti è stato surclassato dal movimentista Matteo Renzi. Certo, gli entusiasti del presidente della Liguria riferiscono al Foglio un ragionamento anche assai logico: se il gruppo è abbastanza folto, indipendentemente dall’esito finale, ci si leva dal pantano e dallo stallo. E per la ricandidatura? C’è sempre il paracadute della lista Lombardia Ideale di Attilio Fontana, vera e propria anticamera per entrare nella Lega. Ma l’attendismo di Toti ha causato grossi problemi, e oggi c’è chi guarda pure all’esperienza di Italia Viva, tutta da scrivere. Chissà con quale gioia dell’ex vicesindaco di Pisapia, Ada Lucia De Cesaris, peraltro.

 

“Qui sono tutti bravi a dire che si vuole rilanciare il partito”, spiega al Foglio il consigliere Alessandro De Chirico. Il papà di De Chirico, nei tempi d’oro, tappezzava la città con le gigantografie di Berlusconi, il Cesare vincente a capo delle truppe della libertà. Ora è l’epoca dei generali, e dei commissari, perché l’imperatore è stanco. “Se si vuole dare una svolta, sarà meglio che smettiamo di fare le kermesse negli hotel dove alla fine c’è sempre la stessa gente e le stesse facce, e iniziamo ad ascoltare anche qualche telegiornale dove ci sono i sondaggi che descrivono la nostra parabola. Che, peraltro, somiglia a un crollo”. La ricetta di De Chirico, che sta guardando con grande interesse all’esperienza totiana, è “via i doppi incarichi e via ai congressi. Anche perché la sfida di Milano si avvicina, e per essere pronti dobbiamo a tutti i costi iniziare a lavorare già oggi. Anzi, siamo già in ritardo. Dovremmo sederci attorno al tavolo con gli alleati. Ma chi ci si siede? C’è qualcuno in grado di farlo?”. Il capogruppo a Palazzo Marino, Fabrizio De Pasquale, la spiega chiaramente: “Non si possono fare tanti satelliti di Salvini. Per quanto mi riguarda rimango dove sono. E’ più importante il rinnovamento di Forza Italia piuttosto che il trasferimento in altri partiti. Comunque alle Europee ci siamo difesi, diciamo”. Una che ha smesso di credere in Forza Italia in tempo utile è stata Silvia Sardone, che – candidata con la Lega – ha fatto il pieno di preferenze alle Europee ed è andata armi e bagagli al seguito di Matteo Salvini. Ma la Lega, per il tramite di Toti, non è l’unico magnete. C’è Fratelli d’Italia, che già aveva attratto Mario Mantovani, ex plenipotenziario poi finito in guai giudiziari, c’è Stefano Maullu, che ha provato così a riconquistare (tentativo vanissimo), l’Europarlamento. E c’è Andrea Mascaretti, che a tempo record, dopo essere entrato in Consiglio comunale a Milano come primo dei non eletti a seguito delle dimissioni di Pietro Tatarella, è andato immediatamente con Meloni. Infine c’è Matteo Renzi. Che esercita un potere di attrazione sugli eletti in Parlamento assai forte. Al punto che alcuni dei renziani più fedeli si spingono a dire che è stato proprio il leader di Rignano a mettere uno stop ai possibili ingressi, per non sbilanciare a destra il partito neonato.