L'affrancamento di Meloni da Salvini passa anche dalle nomine

Valerio Valentini

Gli esponenti di Fratelli d'Italia denunciano in ogni dichiarazione pubblica “l’inciucio dei poltronari”, ma poi si ritrovano pienamente impelagati nelle dinamiche più indicibili del Palazzo

Roma. “E’ solo una questione di poltrone”. Riccardo Molinari è uomo di sabauda schiettezza. E all’uscita dall’Aula, giovedì pomeriggio, interrogato sul motivo dell’accalorato ostruzionismo di Fratelli d’Italia, ha risposto senza girarci intorno: “Volevano i posti”. I posti? “Sì, le nomine. Volevano sedersi al tavolo della spartizione”, ha esclamato il capogruppo della Lega alla Camera. Motivazione non troppo nobile, certo, per quanto sia anche di cose poco nobili che si nutre la politica.

 

E così giovedì, dopo avere votato la fiducia sul “decreto imprese”, la maggioranza giallorossa è stata costretta a restare in Aula, ostaggio dell’ostruzionismo attuato dalla pattuglia di Giorgia Meloni sugli ordini del giorno connessi al provvedimento. E che però ci fosse qualcosa di torpido, ben oltre quel che di pretestuoso c’è sempre dietro le tattiche d’Aula, è apparso evidente quando i capigruppo della maggioranza hanno chiesto al meloniano Francesco Lollobrigida di chiarire il perché di tanto battagliare. Ed è stato a quel punto che, tra le richieste formulate nei conciliaboli di corridoi, gli esponenti di Pd, M5s e Italia viva si sono sentiti chiedere quel che non si aspettavano: “Pretendono l’affermazione di una logica consociativa sulle nomine di sottogoverno”, riferiva a Graziano Delrio chi s’era ritrovato nel bel mezzo delle trattative. “Ho chiesto anche io il motivo di questo ostruzionismo”, confessava a fine seduta il meloniano Fabio Rampelli, cui per tutto il giorno era spettato di presiedere l’Aula. “I miei mi hanno detto che serviva per rafforzare certe nostre proposte sulla legge di Bilancio”, spiegava, dissimulando un certo imbarazzo. “Quello che mi è stato riferito – racconta invece Francesco Fornaro, capogruppo di Leu – è che gli esponenti di FdI lamentavano la mancanza di un interlocutore ufficiale a cui poter sottoporre le loro istanze sulle nomine di sottogoverno”. Insomma, si parlava di Inps, di Inail, e su su fino alle nomine della grandi partecipate di stato, in programma la prossima primavera. Quelle, cioè, che ridefiniranno la mappa del potere dell’Italia dei prossimi anni.

 

Un apologo parlamentare che non solo testimonia di come il partito di quella Giorgia Meloni che denuncia in ogni sua dichiarazione pubblica “l’inciucio dei poltronari” sia poi – comme il faut – pienamente impelagato nelle dinamiche più indicibili del Palazzo; ma dimostra anche dell’ansia di Fratelli d’Italia di affrancarsi dall’ombra lunga della Lega. Quando, a fine agosto del 2018, si brigava per formare il governo gialloverde, alla Meloni – che pure di quel nascituro esecutivo avrebbe poi detto peste e corna – toccò fidarsi di Salvini: “Tranquilla – la tranquillizzò lui – ti assicuro che ci entriamo insieme, tratto io un ministero per te”. Figurati. Un mese fa, quando lei ha di nuovo ceduto sulla presidenza del Copasir, con Salvini è stata chiara: “Lì ci va il tuo Raffaele Volpi, ma a me spetta un trattamento di rispetto ai vertici delle authority che dovranno essere ridiscussi”. La prova muscolare di giovedì, alla Camera, è servita perciò a rivendicare un’autonomia di FdI nelle trattative che verranno, e anche per questo l’ostruzionismo è scattato senza essere stato concordato coi colleghi della Lega.

 

Ma il tentativo, almeno stavolta, non è andato a buon fine. Un po’ perché dal decreto bloccato alla Camera dipendeva anche la riconferma della cassa integrazione per centinai di lavoratori, e quindi rischiare di farlo scadere non era troppo conveniente. E un po’ perché, alla fine, dal Pd è arrivato – per bocca di Emanuele Fiano e di Alessia Morani – un netto rifiuto a cedere al ricatto dell’ostruzionismo. Ed è stato a quel punto che FdI ha ripiegato su una richiesta ben più modesta: la convocazione di Giuseppe Conte a riferire in Aula sul caso Retelit. E quella, almeno, gli è stata concessa: del resto, era già stata programmata.

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