Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Dario Franceschini (foto LaPresse)

Ostaggi della riduzione

Salvatore Merlo

In un’atmosfera svagata il Parlamento si autoriduce. Conte s’intesta il taglio. E Salvini si fa promettere il Copasir

Roma. Esce da Palazzo Chigi scivolando su un tappeto rosso, attraversa la piazza di Montecitorio tra i sampietrini sconnessi di Virginia Raggi, maligni come tagliole, e circondato da svolazzanti individui s’infila dentro al portone della Camera, come dentro a uno specchio. “E’ un momento molto importante”, ci dice in un soffio Giuseppe Conte, che proprio vuole assistere, imprimere il suo volto sul piombo della notizia, in qualche modo vuole partecipare a questa sforbiciata cui si consegna il Parlamento italiano, questo taglio del numero dei parlamentari che porterà risparmi pari allo 0,007 della spesa pubblica, all’incirca ottanta milioni, “come un piccolo ponte sul Lambro”, scherza Federica Zanella, deputata veneta di Forza Italia. E in Transatlantico, nell’Aula strapiena, i deputati si consegnano senza paura a questa riforma che stravolge il Parlamento senza modificare però gli assetti istituzionali né la legge elettorale. I grillini e i democratici, la sinistra e i leghisti, gli uomini di Berlusconi e quelli di Giorgia Meloni cambiano il volto di Camera e Senato senza meraviglia, senza neppure quella tristezza vasta e avventurosa che accompagna le azioni gravi. “Verrà fuori un pasticcio della madonna. Un cedimento pestilenziale alla più stupida vulgata antipolitica grillina”, dice Andrea Ruggieri, berlusconiano. E Giorgio Trizzino, dei Cinque stelle, uno di quelli (pochi) che però sa leggere, scrivere e anche fare di conto: “Voto a favore del taglio, certo… Però avremmo dovuto fare almeno prima la legge elettorale”. Il pasticcio è dietro l’angolo, forse. Epperò tutti votano a favore, solo 14 voti contrari e due astenuti, tutti molto poco convinti per la verità, “si fa perché si deve”, sintetizza Alessia Morani, il sottosegretario allo Sviluppo economico del Pd che per l’occasione indossa un elegante tubino nero. Lutto? “Celebriamo un funerale, come quando si è votato contro l’immunità parlamentare”, urla Vittorio Sgarbi in Aula. “I cinque stelle ricattano tutti gli altri partiti”. Che si fanno ricattare. “Non scrivete che il taglio porta il mio nome. Questa è una riforma del popolo”, arieggia Riccardo Fraccaro, oggi potente sottosegretario, martedì ministro della “democrazia diretta”,  lunedì impiegato in una società elettrica.

 

Tutti in privato si lamentano, nessuno è convinto, ma tutti votano a favore, ciascuno prigioniero di qualcosa, della propria retorica (i Cinque stelle), di un’alleanza (il Pd), di una promessa (Salvini). Crocifissi dalle bocche cucite. E infatti i leghisti si muovono per tutto il giorno tra i corridoi di Montecitorio come orsetti smarriti, non sanno bene cosa dire e hanno persino paura di parlare. D’altra parte il loro capo, Matteo Salvini, li ha fatti roteare come trottole per settimane, non lasciando praticamente passare giorno senza mettere su una nuova piroetta: “Aventino”, “votiamo no”, “entriamo in Aula ma ci asteniamo”, e infine “votiamo sì”. Poiché la vita, che pure gli scorreva facile e vittoriosa, gli è ormai diventata un alimento crudo e grossolano da cercare faticosamente, Salvini ha ceduto dietro una promessa. Ormai l’ex Truce si accontenta di poco: gli hanno detto che gli daranno la presidenza del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. E così la settimana scorsa ha convinto anche Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni a seguirlo. “Ma finisce che manco glielo danno il Copasir alla Lega”, dice il renziano Luigi Marattin. Chissà. Il centrodestra appoggia compatto il leghista Raffaele Volpi.

 

Tuttavia gli uomini della Lega attribuiscono a Salvini diaboliche e geniali intenzioni. Dunque: “Vedrete quando ci sarà il referendum”, suggeriscono. E dicono allora che il referendum confermativo sulla riforma appena approvata diventerà il referendum con il quale s’identificherà il governo rossogiallo, dunque una battaglia politica che Salvini nella primavera dell’anno prossimo vorrà condurre per sconfiggere Conte e il Pd. “Il problema non sarà il quesito referendario”, spiega anche Marco Minniti, in Transatlantico. “La questione sarà sul governo. Non dimentichiamoci che il referendum di Renzi nei sondaggi all’inizio era 70 sì e 30 no”. E che del nebuloso merito non importi quasi a nessuno lo conferma l’aria svagata che si respira alla Camera, dove viene approvata una legge che modifica la composizione del Parlamento ma non introduce nessun correttivo di nessun tipo agli squilibri di rappresentanza che questa riduzione del numero dei parlamentari introduce. “Abbiamo un patto con gli alleati di governo per fare dei correttivi”, dice Alessia Morani. Ma poco dopo, Fausto Raciti, suo collega di partito: “Il patto è così generico che è tutto da decidere”. Persino la riforma della legge elettorale è persa nella nebbia. Il M5s è ormai per il proporzionale. Il Pd? Mistero.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.