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La versione di Conte

Ecco come il premier in scadenza si convinse che la riconferma a Chigi valesse un favore pericoloso a Trump

5 Ottobre 2019 alle 06:00

La versione di Conte

Giuseppe Conte, di spalle, al G7 di Biarritz con Donald Trump (foto LaPresse)

Roma. La prima volta accade per rassegnazione, come in un moto di sopraggiunta indifferenza al precipitare degli eventi. La seconda, invece, per garantirsi quel che quasi controvoglia era riuscito a conquistarsi.

Quando, intorno a Ferragosto, William Barr atterra a Roma, ad autorizzare l’incontro tra il ministro della Giustizia americano e il capo del Dis, Gennaro Vecchione, è un Giuseppe Conte che premier ormai lo è solo formalmente: si sente infatti già destinato ad abbandonare la politica. Almeno questo è quello che confessa in quei giorni ai suoi collaboratori più stretti, e anche a chi, nel M5s, gli prospettava già una campagna elettorale estiva da portacolori grillino. “Mi ci vedete ai comizi in costume?”, scuoteva il capo. E allora ecco che, già pensando al suo ritorno in accademia, Conte favorisce la riunione riservata tra Barr e Vecchione. Forse sottovalutando la delicatezza della cosa, forse non considerando appieno l’irritualità di un colloquio tra un esponente del governo straniero e il vertice dei servizi segreti italiani, peraltro nella sede dell’Ambasciata americana.

 

Poi, però, c’è il viaggio a Biarritz del 24 agosto. Quel G7 che Conte, alla vigilia, considera un po’ come l’estremo suo congedo dalla vita di statista, e che invece diventa per lui il bagno nel Lete, la seconda investitura. Perché, sin dalla pista di Fiumicino, inizia una incalzante opera di convincimento che vede in Rocco Casalino il principale protagonista. Il portavoce del premier, che di Conte è stato dapprima pigmalione e poi sempre più discreto servitore, sa che la riconferma del giurista pugliese è la sua unica garanzia di permanenza a Palazzo Chigi (“io non ho neppure tolto la penna dalla scrivania”, dirà Casalino settimane più tardi, rievocando quei giorni).

 

E insieme a Casalino, sull’areo che viaggia in direzione Biarritz, intervengono in questa opera di moral suasion anche Luca Benassi e Roberto Chieppa, il consigliere diplomatico e il segretario generale di cui Conte si fida ciecamente. Per quasi quattro ore Conte rifiuterà l’idea di un suo secondo mandato insieme al Pd (“sarebbe una pagliacciata”). E però a qualcosa quelle esortazioni devono valere se, quando si ritroverà davanti ai cronisti che lo attendono in Francia, lui di fatto abbozza una sua eventuale riconferma: “Per me quella con la Lega è una stagione politica chiusa”, dice, nel mentre che Di Maio e Salvini ancora trescano. “Ma prima vengono i programmi, poi le persone”, è il segnale che lancia al Pd.

 

E’ lì che si innesca la miccia del Bisconte. E anche Donald Trump, che sulle prime aveva nicchiato sulla richiesta di un colloquio a due col premier italiano, poi si convince forse anche grazie all’intercessione di Emmanuel Macron a concedergli dieci minuti. E che in quel conciliabolo serrato ci sia la rinnovata richiesta di una collaborazione italiana sul Russiagate, non è detto. Ma di certo è un primo accenno d’investitura che si concretizzerà poi nel tweet del 27 agosto all’amico “Giuseppi”. Che arriva però, e qui sta il punto, a coronamento di una lunga corsa al riposizionamento che Conte aveva in effetti avviato – quasi in contemporanea col suo contendente Salvini – alla vigilia delle europee. Quando cioè aveva capito che, se voleva puntellare la sua premiership, doveva mostrarsi, lui, come il supremo garante della fedeltà atlantica dell’Italia.

 

Succede tutto molto in fretta. Succede, in estrema sintesi, che l’Amministrazione Trump – e con essa le cancellerie europee – prova a valutare l’affidabilità di Matteo Salvini come leader autonomo (al netto della guida di Giorgetti che non a caso non accompagna l’allora vicepremier nel suo viaggio a Washington di metà giugno), e l’esperimento dà esito negativo. E sarebbe per questo che Conte, ormai unico interlocutore possibile, d’improvviso si ritrova investito dalla grande considerazione di Merkel e Macron, e infine – da Biarritz in poi – di Trump. Ma quell’apertura di credito non è al buio: necessita di un prova di fedeltà, perfino straordinaria com’è del resto straordinaria l’intera crisi del Papeete. E allora, se per ricompensare l’amico Donald si deve favorire un secondo incontro tra Barr e Vecchione, il 27 settembre, che sia. E stavolta peraltro meno segreto, l’incontro, visto che avviene nel quartier generale dei servizi, a Piazza Dante, e alla presenza, oltreché di Vecchione, dei capi di Aise e Aisi Luciano Carta e Mario Parente. Convocati, si dice, per iscritto, e con loro non proprio celato sconcerto. Ma in fondo Palazzo Chigi, deve pensare Conte in quelle ore, val bene una convocazione dal Copasir.

Valerio Valentini

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    05 Ottobre 2019 - 09:59

    Lo spettacolo istituzionale è veramente da repubblica delle banane. Quello politico mostra la nostra sudditanza nei confronti di un paese che ci tratta da servi della gleba, ci da ordini, ci minaccia e come ricompensa colpisce i nostri prodotti. Dalla plutocrazia Usa non mi aspetto nulla, vorrei un sussulto di dignità, profondamente ferita, dell'Italia. Ognuno di noi, se avverte il vulnus, può fare qualcosa quando compie scelte di acquisto (made in Usa? No grazie).

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