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Dire la verità sul Russiagate italiano

Sul caso Mifsud, il Copasir allerta il premier ma il viaggio in Italia del capo del dipartimento di Giustizia americano presenta molti punti che non tornano. Per risolvere l’enigma del Russiagate bisogna cercare nell’università di Enzo Scotti

3 Ottobre 2019 alle 06:12

Il caso Mifsud arriva in Parlamento

Il professor Joseph Mifsud

Roma. Doveva muoversi il Procuratore generale americano per smuovere il caso Mifsud. Che tutte le strade del Russiagate americano portassero a Roma era evidente sin dall’inizio, ma in Italia si è fatto finta di niente, almeno fino a quando nella Capitale non è piombato William Barr. Secondo quanto riportato dai giornali americani, seguiti da quelli italiani, il capo del dipartimento di Giustizia si è presentato all’improvviso venerdì 27 settembre all’ambasciata americana su mandato del presidente Trump per screditare l’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller e per avere informazioni sull’uomo-chiave di questa storia: Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus che nel 2016 aveva informato il consigliere di Trump Papadopoulos del possesso da parte dei russi di migliaia di e-mail imbarazzanti di Hillary Clinton. E’ da lì che parte il Russiagate.

  

Secondo il Daily Beast Barr, accompagnato a Roma dal procuratore John Durham, incaricato di seguire l’indagine, ha incontrato in una saletta dell’ambasciata americana i vertici dei servizi segreti italiani per ascoltare una registrazione: una deposizione di Mifsud rilasciata alle autorità italiane, dopo la sua entrata in clandestinità nel 2017, in cui chiedeva protezione spiegando i motivi per cui si sentiva in pericolo. Oltre alla registrazione, il ministro della Giustizia americano ha raccolto altre informazioni sul professore maltese.

 

La visita di Barr non è stata improvvisa, ma organizzata da tempo. Secondo Politico, Barr era già stato a Roma oltre un mese fa, il 15 agosto, per incontrare – dopo aver ottenuto disponibilità a collaborare dal premier Giuseppe Conte – il capo dei servizi Gennaro Vecchione. Il tema è sempre il Russiagate, il ruolo dei servizi italiani e quello di Mifsud.

 

Il Professore, che come ha rivelato il Foglio ad aprile durante la sua clandestinità ha alloggiato almeno fino a maggio 2018 in un appartamento romano pagato dalla Link Campus, dove si trova? I servizi segreti italiani hanno accettato la sua richiesta di protezione? Ora è in un rifugio sicuro? Se le risposte a queste domande fossero affermative, verrebbe naturale pensare che il secondo viaggio in Italia di Barr e del procuratore Durham avesse lo scopo di parlare di persona con Mifsud. E’ difficile immaginare che il procuratore generale degli Stati Uniti faccia un secondo viaggio in Italia nel giro di un mese per ascoltare una registrazione audio, ma sarebbe comunque possibile se davvero le autorità italiane non hanno in mano altro che un file audio e non sanno spiegare dove sia finito il maltese che fino a poco tempo fa viveva a due passi dall’ambasciata americana in un appartamento pagato dall’università vicina al M5s.

 

Di questi e altri interrogativi sulla vicenda si occuperà il Copasir che a breve potrebbe convocare il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E proprio alla presidenza del Copasir potrebbe arrivare il più filoamericano dei leghisti, Giancarlo Giorgetti (che, non a caso, ha appena pubblicato un saggio geopolitico sulla rivista di Finmeccanica).

 

Il Comitato parlamentare sui servizi d’intelligence dovrà occuparsi della legittimità di un’operazione del genere e sicuramente chiederà conto a Vecchione, uomo fidato del premier, della gestione anomala di una vicenda che vede i vertici dei servizi italiani incontrarsi direttamente con esponenti di governo di altri paesi. E’ forse opportuno che il Copasir chieda di ascoltare Vincenzo Scotti, ex ministro dell’Interno e degli Esteri nonché dominus della Link Campus, l’università in cui Mifsud ha svolto a lungo un ruolo di primo piano e dove per la prima volta ha incontrato, nel marzo del 2016, George Papadopoulos, il consigliere di Trump da cui è partito il Russiagate.

 

La Link Campus era a conoscenza delle attività di Mifsud o non ne sapeva nulla? Quando durante la sua clandestinità Mifsud viveva in un appartamento pagato dalla Link, le autorità italiane ne erano a conoscenza? La Link Campus avrebbe cioè fornito una copertura a Mifsud in coordinamento con i servizi segreti? E in tal caso, il ministero dell’Istruzione dovrebbe interessarsi per sapere se queste attività competono a una università? Quando lo scorso 15 marzo il capo dei servizi Vecchione, introdotto da Scotti, ha tenuto alla Link Campus una lectio magistralis sulle “Nuove sfide per l’intelligence” aveva già una risposta a queste domande o non se le era poste?

 

Rispetto al Russiagate negli Stati Uniti ci sono al momento due versioni e due approcci: secondo il rapporto Mueller, Mifsud sarebbe stato un protagonista dell’interferenza russa ai danni della Clinton nelle presidenziali del 2016; secondo Trump sarebbe invece il protagonista di un complotto dei servizi americani (e occidentali) ai suoi danni. Naturalmente la seconda ipotesi è più implausibile della prima.

 

Sia che pensi che Mifsud abbia cooperato con i russi per favorire Trump, sia che pensi che abbia complottato con la Cia per incastrarlo, dall’Italia sarebbe partita una pesante interferenza sulla competizione elettorale americana. In ogni caso le nostre istituzioni dovrebbero fare chiarezza sulla vicenda e l’opinione pubblica pretenderla.

Luciano Capone

Luciano Capone

Sono cresciuto in Irpinia, a Savignano. Sono al Foglio da 12-13 anni, anche se il Foglio non l’ha mai saputo, da quando è diventato la mia piacevole lettura quotidiana. Dal 2014 sono sul Foglio e stavolta lo sa anche il Foglio. Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio.

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Commenti all'articolo

  • lucafum

    05 Ottobre 2019 - 10:48

    e' che i giornaloni sono troppo occupati ad odiare Renzi, per dedicarsi a queste beghe così complicate. Negli anni 30, non poca responsabilità ebbero i grandi e liberi giornali tedeschi nel creare il pabulum su cui crebbe robusto il nazismo.

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