Il respingimento del Capitano. Lega e Forza Italia in alto mare

Daniele Bonecchi

Il nord produttivo che aveva puntato su Salvini è perplesso. Gelmini: qui si amministra, e insieme si è fatto bene

Ha fatto tutto da solo, Matteo Salvini, affondando (altro che respingimenti) senza scialuppe di salvataggio il suo governo del cambiamento e dissipando l’enorme credito che vaste parti della società delle professioni e il mondo dell’impresa in Lombardia gli aveva garantito nei mesi scorsi, indicandolo come il garante di una svolta nell’Italia finita completamente isolata e in preda alla recessione. Il mondo dell’impresa aveva sostenuto una forte campagna pro Tav, assecondandolo sulle grandi opere e chiudendo un occhio sulle sue intemperanze anti migranti. E ora? Ora Confindustria, Confartigianato e Confcommercio – sempre che nasca un governo Pd-M5s – dovranno ricominciare a tessere la loro tela altrove, rincorrendo il buon senso di casa Pd, per restituire ossigeno all’economia. Nella base storica leghista e di ispirazione autonomista-amministrativista, il malumore è sordo ma palpabile (bastava la faccia di Giorgietti, martedì in Senato). Ma soprattutto sono le truppe del centrodestra che, con qualche significativa defezione, si stavano allineando ai desideri del leader sovranista, che ora dovranno improvvisare.

 

La pattuglia destinata al “sacrificio” è quella legata a Giovanni Toti, che, con perfetto tempismo, ha fondato il partito che non c’è: Cambiamo, alla vigilia della rovinosa caduta di Salvini. In Lombardia conta sulla frenetica attività del suo palafreniere: l’onorevole Alessandro Sorte da Treviglio, sempre pronto a riempire teatrini e ristoranti della bergamasca, affiancato da Stefano Benigni e Claudio Pedrazzini, con la supervisione del senatore di lungo corso Paolo Romani. La più svelta, come sempre, è stata Silvia Sardone, la passionaria di Sesto San Giovanni (dove il marito fa il sindaco) già saltata sul carro di Salvini appena in tempo, per traslocare dal Pirellone a Strasburgo, sulla scia dell’incazzatura di tutta la Lega lombarda. A serrare i ranghi berlusconiani ci ha pensato Mariastella Gelmini, prima di lasciare il coordinamento regionale a Massimiliano Salini ha messo “in sicurezza” i gruppi, con Fabrizio De Pasquale a palazzo Marino e Gianluca Comazzi al Pirellone. Il Foglio chiede a Mariastella Gelmini, capogruppo alla Camera di Forza Italia e consigliere comunale a Milano: la maldestra gestione della crisi di Salvini e la rincorsa all’accordo in extremis con Di Maio mette in discussione il futuro del centrodestra? Le risponde cauta: “Il buon governo delle amministrazioni locali, dove Forza Italia è alleata della Lega, deve al contrario essere rafforzato. Faccio solo un esempio: in Lombardia, dove in nostro impegno ha dato buoni frutti, abbiamo ottenuto importanti risultati sul versante del lavoro, del welfare e del sostegno all’impresa. Credo che anche gli appuntamenti amministrativi dell’anno prossimo possano contare su di una solida intesa. Nei territori, dove non c’è smania di potere ma si lavora per soddisfare i bisogni delle famiglie e delle imprese, con la Lega l’intesa è leale”. Che futuro ha il partito unico del centrodestra, sussurrato da Salvini, con l’apertura formale della crisi?

 

“Troppi gli errori della Lega nel tentativo di gestire un contratto contro natura col M5s. E i risultati, purtroppo drammatici per l’Italia si sono visti. Occorre umiltà, fiducia e senso delle istituzioni quando ci si mette al servizio del paese. Noi per il futuro crediamo nella possibilità di consolidare un centrodestra in grado di essere forte interlocutore in Europa e che sappia rispondere ai reali bisogni del paese. Sicuramente l’egemonia della Lega ne esce fortemente ridimensionata. Noi siamo per la pari dignità, perché ciascuna forza deve poter esprimere i propri valori. In fondo è così che Silvio Berlusconi ha costruito il centrodestra di governo, senza prevaricare e pensando al bene dell’Italia. Questa crisi è nelle mani di Mattarella, noi guarderemo all’interesse degli italiani”. La legislatura che fine farà? “Se dovesse nascere un esecutivo Pd-M5s sarebbe ugualmente contro natura. Comunque vada Forza Italia non rinuncia ad aprirsi alla società organizzata, perché è l’unica realtà in grado di rappresentare, aprendosi, gli interessi dell’intero paese. Il tempo è galantuomo e chi ha filo da tessere e proposte serie per famiglie e imprese, potrà raccoglierne i frutti”. E a proposito della Lega, le randellate di Giuseppe Conte, martedì in Senato, hanno lasciato il segno. Anche se in pubblico i maggiorenti del partito si mostrano solidali col Capitano, cresce il malumore. E’ ormai più d’uno a chiedersi che ci azzecca il partito – che si è tanto battuto per l’autonomia differenziata (senza ottenerla e grande assente dal dibattito sulla crisi) dei Maroni, dei Fontana, dei Giorgetti – con la Lega 2.0, filo lepenista, contigua a CasaPound, sovranista, costruita da Salvini. E al di là delle dichiarazioni di giornata, sembra allargarsi il solco tra Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. I dissapori vengono da lontano ma si sono acuiti con la scelta fuori tempo massimo del vice premier. In Lombardia non sono pochi i leghisti che, per ora sotto voce, chiedono un cambiamento di rotta.