La transizione italiana possibile

La presenza contraddittoria di segni di sviluppo istituzionale e di crisi. Bisogna superare il “senso del declino”. Parla Cassese

La crisi dell’agosto 2019 segna una nuova transizione? Vogliamo parlarne uscendo dalla cronaca contingente, guardando le transizioni da lontano?

Potrei risponderle con Croce che tutta la storia è una transizione. Ma non si può ignorare che la storia italiana è segnata da transizioni più frequenti, almeno al livello degli epifenomeni. Ricordo le riflessioni degli studiosi inglesi e americani sulla transizione della fine degli anni ’70 dello scorso secolo, quelle della bella rivista inglese “West European Politics”, allora co-diretta da quel fine storico e politologo che era Vincent Wright, nel numero dedicato proprio a “Italy in Transition” (ottobre 1979, vol. 2, n. 3) e quelle di P. Lange e S. Tarrow nel volume “Italy in Transition. Conflict and Consensus”, London, Frank Cass, 1980. Sidney Tarrow, in particolare, osservava la presenza contraddittoria di segni di sviluppo istituzionale e di crisi. Questa è la chiave per capire quel che accade nei momenti di svolta, gli aspetti positivi e quelli negativi, e la loro reciproca interazione.

Ciò non toglie, però, che i governi passano, ed anche le crisi, e rimangano stili, costumi, consuetudini.

 

Principale tra questi è l’arte della procrastinazione, ispirata al noto motto del politico francese della terza repubblica Henri Queuille, secondo il quale “il n’est aucun problème assez urgent en politique qu’une absence de décision ne puisse résoudre”. Il rinvio come metodo per risolvere i problemi, o per farli decantare. Questo è un tratto dello stile italiano. 

Non il solo. Poi ci sono dati più strutturali. Cominciamo da “L’Italia delle Italie”, il titolo di un bel libro di quel grande studioso che è stato Tullio De Mauro (Roma, Editori Riuniti, II ed. 1992). De Mauro osserva che “il paese è un intreccio di paesi, l’unità è fragile”, citando anche Braudel, secondo il quale l’“insigne debolezza” dell’Italia sta nella “ricchezza e densità di città. Il punto di vista del grande linguista è confermato dagli storici. Per esempio, C. Duggan, nel libro “Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi”, Roma - Bari, Laterza, 2000, rileva la fiducia esagerata dei liberali di metà ’800 nella capacità delle leggi e istituzioni di plasmare le persone (p. 275) e ricorda che nell’unione “si vedono ancora le cuciture”. L’avvertiva Francesco De Sanctis nel “discorso di Trani”, del 29 gennaio 1883: “Noi abbiamo oramai l’unità” nazionale; ma a questa unità manca ancora la base, manca l’unificazione” (il discorso è ora riprodotto in F. De Sanctis, “L’Italia sarà quello che sarete voi. Discorsi e scritti politici (1848 – 1883)”, Sant’Angelo dei Lombardi, Delta edizioni, 2014, p. 146). La situazione è rimasta immutata. Pasquale Saraceno poteva scrivere un saggio su “la mancata unificazione economica italiana a cento anni dalla unificazione politica” (ora in “Il Mezzogiorno nelle ricerche della SVIMEZ”, 1947 – 1967, Roma, Giuffrè, 1968, p. 437- 464).

 

Ma l’Italia è stata una “late-comer” dell’unificazione, rispetto a Spagna, Regno Unito e Francia.

La Germania ancora di più. L’unificazione è avvenuta un decennio dopo quella italiana. Le unità politiche erano ancora maggiori in numero (1790 nel Sacro Romano Impero alla vigilia della Rivoluzione francese). Bisogna aspettare il ’700 e Johann Gottfried Herder per l’elaborazione della teoria di una nazione come identità di popolo, lingua e letteratura (un bravo studioso italiano di letteratura tedesca, Luigi Reitani, ha da non molto ripercorso il problema del “proprio ed estraneo” nella cultura e civilizzazione tedesca, nel piccolo e acuto volume intitolato “Germania europea, Europa tedesca”, Roma, Salerno editrice, 2014, p. 53 ss.). Eppure, oggi la Germania si presenta come un paese più unito, più coeso dell’Italia, un paese che è riuscito, ad esempio, a colmare (sia pure non ancora completamente) il divario tra Ovest ed Est, più rapidamente di quel che abbiamo fatto noi italiani con il divario tra Nord e Sud, che continua recentemente ad aumentare. 

 

Ma l’Italia ha avuto il momento costituente nel dopoguerra, che è stato da noi più rilevante di quello tedesco.

Ricordiamo quel che uno storico come S. Lanaro osservava nella “Storia d’Italia repubblicana dalla fine della guerra agli anni novanta”, Venezia, Marsilio, 1992. La Costituzione ha avuto uno “stigma di fondo”, perché fu un “parto dell’accordo tripartito”, fu “scritta e saturata di transazioni tripartite”, “debole e vaga” nella parte organizzativa, poi disattesa, nonostante quelli che vi si aggrappano sostenendo la sua presbiopia, che chi la riteneva nata già vecchia non le riconosceva (p. 52 – 59).

 

Ma dopo la Costituzione, anche grazie alla Costituzione, c’è stata una rinascita civile e politica, nonché economica.

Ma le istituzioni hanno mostrato tutta la loro debolezza. I governi italiani sono stati tre volte in numero quelli tedeschi dello stesso periodo. L’amministrazione è rimasta come l’aveva ereditata la Repubblica dalla Monarchia. Pochi esempi. “Al Consiglio dei ministri i provvedimenti di maggiore rilievo arrivano all’improvviso. Si compra il silenzio con la sorpresa”. Questa frase sembra scritta per il governo M5s-Lega, mentre si legge in G. Bottai, “Diario 1935-1944”, Milano, Rizzoli, 1982, p. 183. L’ultimo governo italiano è stato un “miscuglio di società statalizzata e di società senza Stato”, un “misto di statalismo e di autonomia dei gruppi”, due caratteristiche storiche della tradizione italiana rilevate acutamente da Maria Malatesta nel saggio su “Professioni e professionisti”, nella “Storia d’Italia”. Annali 10, “I professionisti”, Torino, Einaudi, 1996, p. XVIII-XIX. Quanto all’amministrazione pubblica, uno dei pochi disegni radicalmente innovatori, quello nittiano, ha avuto solo poche applicazioni. Tutto il resto ha seguito l’andamento tradizionale. Anche alla Costituente, la proposta Giannini – Barbara di un’amministrazione per servizi invece che per ministeri fu lasciata nel dimenticatoio (uno dei contributi recenti sulla cultura nittiana è quello di M. Franzinelli e M. Magnani, “Beneduce, il finanziare segreto di Mussolini,” Milano, Mondadori, 2009). Per l’amministrazione si può ripetere quel che Romiti scrisse sulla Fiat prima della sua “cura”: “C’era cultura degli ingegneri, mancavano la cultura della gestione e dei controlli sistemici” (C. Romiti, “Questi anni alla Fiat”. Intervista di G. Pansa, Milano, Rizzoli, p. 1988, p. 17). Situazione amministrativa peggiorata dal fatto che nello Stato vi erano e vi sono burocrati, non ingegneri.

 

C’è, però, un dato importante della situazione attuale, da lei sottolineato altra volta, la straordinaria pace sociale, l’assenza di tensioni forti, come scioperi, atti di violenza.

Che però è l’altra faccia di quella che in una serie di discorsi il nostro Francesco De Sanctis chiamò atonia politica. Rileggiamone alcuni passaggi, da discorsi tenuti nel 1877 e nel 1883. De Sanctis lamentava che l’atonia politica fosse “impotente a fare, attivissima a demolire”. Le “classi meno intelligenti, non avendo più idea che le venga dall’alto, se ne fabbrica una lei, e la più vicina al suo sentire e al suo soffrire. La politica non è per lei altro che il macinato, le imposte; il suo uomo è colui che prometta minor lavoro e più guadagno”. Quanto alle “classi che si dicono intelligenti”, “da noi è una mezza coltura peggiore della ignoranza; un impasto di molte vecchie idee e di qualche idea nuova; si legge poco e si studia meno”. Il rimedio all’atonia o indifferenza politica De Sanctis lo vedeva nella cultura: “Ci vuole la irradiazione della coltura in tutti gli strati”, non una “mezza coltura”. “Appartiene agli uomini colti uscire dalla loro solitudine, e unire le forze, e intraprendere una vera crociata. Facciamo la lotta per la coltura”. “Il primo programma politico dev’esser la nostra educazione” (le frasi che ho riportato sono alle pp. 98, 104 e 147 del volume prima citato). Parole di sorprendente attualità.

  

Che si può fare per recuperare idee tanto illuminate?

Bisogna superare un sentimento diffuso nella nostra società, il “senso del declino”, che ci accomuna al “sentimento della fine e alla percezione romana dei barbari” nell’epoca delle invasioni barbariche, come le analizza in un bel libro lo storico Claudio Azzara, “Le invasioni barbariche”, Bologna, il Mulino, 1999, p. 24 – 25. Dobbiamo superare questa condizione, che proviene da una chiusura rispetto agli altri. L’Italia è al penultimo posto nella classifica della conoscenza di altre lingue. Dovrebbe prender lezioni dalla Germania dove “lo Stato si lascia sempre meno definire dalla appartenenza nazionale dei cittadini, e si fonda invece sulla loro appartenenza a una comunità di valori etica e politica”, come detto dal presidente Joachim Gauck il 23 marzo 2012 (anche su questi due punti è importante leggere il libro di Luigi Reitani che ho prima citato, p. 12 e p. 39-41).

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