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L'Italia ha un nuovo governo: l'Europa

Claudio Cerasa

L’incarico a Conte e l’unica svolta possibile: fare del prossimo esecutivo il laboratorio europeo dell’anti sovranismo

Il punto da chiarire ora è tutto lì: ok, ma in che senso discontinuità? Le consultazioni finali svolte ieri al Quirinale hanno permesso al presidente della Repubblica di registrare da parte del Pd e del M5s la volontà, non più teorica ma stavolta anche pratica, di lavorare a un esecutivo di “svolta” capace di far dimenticare in fretta l’esperienza da incubo del doppio populismo di governo che ha guidato il paese fino a qualche settimana fa.

 

Sergio Mattarella, su indicazione del M5s e del Pd, ha scelto di affidare l’incarico per formare un nuovo governo al professor Giuseppe Conte e nelle prossime ore in molti si chiederanno in che modo la nuova maggioranza potrà offrire un messaggio di cambiamento rispetto al governo del cambiamento che non si limiti alla semplice esibizione a favore di telecamera dello scalpo di Matteo Salvini.

 

Il programma a cui lavorerà il premier incaricato insieme al Pd e al M5s avrà ovviamente una sua importanza e sarà interessante capire se la nuova maggioranza di governo riuscirà o meno a imprimere una discontinuità con il passato su temi delicati come la giustizia, come il lavoro, come le tasse, come lo sviluppo, come le infrastrutture, come l’attenzione alle imprese. Ma prima ancora di fare i conti con i punti di un programma scritto occorre fare i conti con i punti di un programma non scritto e serve dunque rispondere a una domanda cruciale: come si fa a trasformare il no al progetto sovranista di Salvini in un sì a un progetto politico che sia costruttivo e che non sia di mero contenimento? La risposta a questa domanda coincide con quello che è l’elemento di discontinuità più importante che andrà a caratterizzare il governo di svolta e quell’elemento non può che essere il simbolo di tutto ciò contro cui Salvini ha provato a combattere per mesi, prima di andare a sbatterci contro: l’Europa.

 

Il governo rosso-giallo, in un certo senso, nasce in Europa lo scorso 16 luglio, giorno in cui il Movimento 5 stelle, spinto da Giuseppe Conte, sceglie di rompere l’alleanza con il suo partner di governo, la Lega, e di votare – insieme a Pd e Forza Italia – a favore della popolare Ursula von der Leyen. E’ un governo che potrà avere un senso solo se trasformerà l’Europa nel suo orizzonte programmatico.

 

Nel caso specifico, fare dell’Europa un orizzonte programmatico non è solo un’espressione retorica ma è l’essenza dell’identità che non potrà che avere un governo deciso a imprimere una svolta rispetto al disastroso passato del doppio populismo. Significa rendere evidente da subito che questo governo non ha intenzione di giocare con l’uscita dell’Italia dall’Unione europea, di giocare con l’uscita dell’Italia dall’euro, di essere il cavallo di troia dei nazionalismi antieuropeisti, di considerare l’isolamento in Europa una splendida virtù. Un governo che abbia come suo primo punto del programma un governo con l’Europa e non contro l’Europa è un governo che solo per questa ragione – come dimostrano gli indici della Borsa italiana da giorni in rialzo, gli indici dello spread dei titoli da giorni in ribasso, i rendimenti dei titoli decennali che giusto ieri hanno fatto segnare il minimo storico – ha la possibilità di portare ossigeno all’Italia e di ridare credibilità a un paese che per un anno e mezzo ha patito l’ambiguità prodotta dal governo precedente rispetto alla possibilità che il doppio populismo potesse portare la terza economia più importante dell’Europa verso uno scenario non lontano dall’Italexit.

 

Ma un governo che abbia come suo primo punto del programma un governo con l’Europa e non contro l’Europa è un governo che potrebbe tentare di giocare un’altra partita importante con il coinvolgimento diretto della nuova Commissione: presentarsi di fronte ai prossimi commissari europei come un paese incubatore non più di una proposta populista ma di un progetto antisovranista. E alla luce di questo nuovo scenario il nuovo governo avrà buone possibilità di giocare un ruolo importante in Europa (da cui potrebbe venire il prossimo ministro dell’Economia: Roberto Gualtieri) per provare a cambiare le politiche economiche e ottenere dalla Commissione una flessibilità aggiuntiva per progetti non assistenzialisti capaci di ridare energia al paese.

 

Il professor Giovanni Orsina, sulla Stampa di ieri, ha sostenuto che con il nuovo governo il nord produttivo potrebbe cadere facilmente dalla padelle alla brace. Se osserviamo la distribuzione dei voti, il professor Orsina potrebbe avere ragione. Ma se seguiamo la chiave di lettura del governo inevitabilmente europeista, al netto delle sue ovvie fragilità ed evidenti contraddizioni, si capirà che un governo non ambiguo sull’euro, non ambiguo sull’Italexit, non ambiguo sulle alleanze internazionali, e magari persino responsabile sul debito pubblico, ha tutte le carte in regole per diventare, per il nord, non un nemico giurato ma un punto di riferimento inaspettato. Il programma di governo ci aiuterà a capire cosa vuol dire discontinuità per il governo di svolta. Ma intanto senza aspettare di leggere il programma c’è un cambiamento che non può che mettere allegria e che a modo suo è tutto un programma: l’Europa non più come nemico ma come nuovo alleato. In attesa di Rousseau, ci basta questo per essere di buon umore.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.