Così il M5s ha contribuito alla regressione del Mezzogiorno

Marco Fortis

Di Maio e Salvini in campo economico hanno tradito le aspettative del proprio elettorato

La Lega, ossessionata dal tema dell’immigrazione, ha fatto poco o nulla per il nord Italia, dilapidando anzi con quota 100 preziose risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per contrastare la frenata dell’economia. Inoltre, con le sue sparate antieuro, l’aumento dello spread, il clima di instabilità politica che ha creato e il suo ostentato isolazionismo sovranista in Europa, ha contribuito in modo decisivo ad un aggravamento di circa 5 miliardi di euro della spesa italiana per interessi sul debito pubblico rispetto alla Spagna, prendendo come base i nuovi bond emessi da maggio 2018 (stime del Sole 24 Ore).

 

Ma il M5s al governo, a sua volta, ha condotto in poco tempo un sud in graduale ripresa più indietro di dove l’aveva trovato. Con le sue misure prevalentemente assistenziali, il freno alle grandi opere e il suo atteggiamento anti industriale non ha portato più crescita ma recessione; non ha portato più occupazione, anzi un calo sensibile dei posti di lavoro. Si può quindi ben dire che le due forze di governo, alla prova dei fatti, hanno “tradito” le aspettative dei rispettivi elettorati di riferimento, perlomeno in campo economico.

 

Nelle slide diffuse dalla Svimez in occasione delle anticipazioni sul suo Rapporto 2019 vi è tutto il dramma di un meridione che va sempre peggio. Nel 2018, infatti, il pil del Mezzogiorno d’Italia è aumentato solo dello 0,6 per cento (un terzo rispetto alla crescita della Grecia). E nel 2019 la Svimez prevede che il Sud vada in recessione. Un anno bruttissimo, dunque.

 

Ancora peggiore è il bilancio occupazionale. Dalla metà del 2018 si è invertito il trend positivo di ripresa dell’occupazione in Italia, con una forte divaricazione territoriale: il centro-nord ha visto continuare la crescita dei posti di lavoro, sia pure ad un ritmo nettamente meno veloce, mentre il Mezzogiorno li ha visti diminuire bruscamente. Inoltre, dal terzo trimestre 2018 la cassa integrazione è cresciuta in tutta Italia ma è esplosa al sud, dove secondo la Svimez le unità virtuali in cassa integrazione sono aumentate da circa 10 mila a 35 mila.

 

Rispetto ai livelli pre crisi del 2008, al sud mancano oggi ancora 265 mila posti di lavoro, mentre al centro-nord sono addirittura già più 487 mila. Quest’ultimo miracolo però non ha nulla a che vedere con il governo lega-stellato. Infatti, ben 746 mila dei 794 mila occupati creati nel Centro-nord dal secondo trimestre 2014 al primo trimestre 2019, cioè oltre il 93 per cento dei nuovi posti di lavoro, sono stati generati durante gli ultimi due governi a guida Pd, cioè quei governi che nell’immaginario mediatico fomentato dai lega-stellati sarebbero stati, loro, un fallimento. All’opposto, da quando è in carica il governo gialloverde, il Mezzogiorno ha bruciato in soli tre trimestri quasi il 30 per cento dei nuovi 364 mila posti di lavoro creatisi durante gli ultimi due governi a guida Pd. Infatti, tra la metà del 2018 e il primo trimestre 2019 l’occupazione è ancora cresciuta di pochissimo al centro-nord (più 48 mila occupati, più 0,3 per cento), mentre nel Mezzogiorno si è registrato un forte calo (meno 107 mila, meno 1,7 per cento).

 

Le condizioni economiche del nostro Mezzogiorno, ricordato solo a parole nel dibattito politico italiano, sono avvilenti perché stiamo parlando di un’area di grandissime potenzialità nell’economia reale con un pil nel 2017 di 388 miliardi di euro, oltre due volte quello della Grecia (180 miliardi), superiore a quello della ricchissima Austria (370 miliardi) o di Danimarca e Slovenia considerate insieme (336 miliardi) o di Romania, Ungheria e Bulgaria considerate insieme (363 miliardi).

 

Qualunque governo si formerà all’esito della attuale crisi dovrà dunque porre con urgenza tra i primi posti del suo programma un piano per il Mezzogiorno, con al centro punti quali: modernizzazione della burocrazia e dei servizi sociali; digitalizzazione; infrastrutture stradali, ferroviarie, aeree, portualità; agricoltura, manifattura e turismo; ricerca e alta tecnologia. Con una politica non più soltanto promettente e inconcludente bensì finalmente “badilante” e portatrice di risultati.