L'assalto al laboratorio di Wuhan è molta teoria e pochi fatti

Giulia Pompili

Varie tesi complottiste sono state già smentite, e le prove non ci sono. Il vero problema con la Cina resta la trasparenza

Roma. Ci vuole mezz’ora di macchina per andare dall’Istituto di virologia di Wuhan e l’Huanan seafood market, il più grande mercato di animali vivi della Cina centrale. In mezzo, esattamente a metà strada, scorre lo Yangtze, il Fiume azzurro, uno dei simboli della civiltà cinese. Questi quindici chilometri sono il luogo del delitto, l’origine della pandemia. Mentre la comunità scientifica è concorde nel ritenere il mercato di Wuhan un luogo perfettamente compatibile con uno spillover (il passaggio di un virus da animale a uomo), l’Amministrazione americana sta cercando di concentrare i suoi sforzi nella ricerca di prove che colleghino la pandemia all’Istituto di virologia di Wuhan. L’altro ieri, in una confusa intervista alla Abc, il segretario di stato Mike Pompeo ha detto che “esiste una quantità significativa di prove che dimostrano che il virus proviene da quel laboratorio”, e che “i migliori esperti dicono che si tratta di un virus artificiale”. Quando gli intervistatori gli hanno fatto notare che non c’è nessuna evidenza scientifica che dimostri la manipolazione del virus da parte dell’uomo - una teoria smentita perfino dallo zar dell’intelligence americana, che in una dichiarazione ufficiale il 30 aprile scorso ha detto chiaro: “Il virus è naturale” - Pompeo ha replicato: “E’ vero”. Indagare sull’origine del nuovo coronavirus che ha dato inizio alla pandemia serve a prepararci meglio alla prossima, ha detto alla Cnbs la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sostenendo l’iniziativa di un’inchiesta indipendente e internazionale. Il problema è anche politico. La teoria del mercato, quella più accreditata, è difficile da usare in chiave anticinese: mercati simili esistono un po’ ovunque nel mondo. La seconda teoria invece, quella del laboratorio, può aiutare la crociata americana contro Pechino. Spiegano gli scienziati, parlando i termini statistici, che tra uno spillover animale-uomo e una pandemia provocata da un singolo virus sfuggito alle maglie della sicurezza di un laboratorio, quella che ha più possibilità è la prima. Ma il fatto che si continui a parlare dell’istituto di virologia di Wuhan, non solo all’estero ma anche dentro alla Cina, è un problema per il presidente cinese Xi Jinping, per la sua reputazione di leader e per l’immagine della Cina come potenza, anche scientifica, responsabile. Ed è una diretta conseguenza della scarsa trasparenza dimostrata finora da Pechino. In un’intervista ieri a Sky News, Gauden Galea, il rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità a Pechino, ha detto l’agenzia dell’Onu non è stata invitata a partecipare alle indagini a livello nazionale sull’epidemia. Nessun osservatore straniero, insomma. E quel luogo continua a prestarsi a numerose teorie, quasi mai del tutto smentibili.

 

Nel 2015 l’Istituto di virologia di Wuhan, che fa parte dell’Accademia statale delle scienze, ha inaugurato il primo laboratorio di biosicurezza di livello quattro (P4) su territorio cinese. Il paese con il numero più alto di laboratori P4 è l’America, e sono i luoghi necessari dove si studiano e si trattano i virus patogeni più pericolosi, dall’Ebola ai vari coronavirus. Il progetto cinese era in piedi sin dal 2004, cioè un anno dopo quella catastrofe minore che fu l’epidemia di Sars. Nel laboratorio lavora Shi Zhengli, una delle virologhe più famose d’Asia, che ha contribuito alla scoperta del virus della Sars ed è l’autrice di un database di virus dei pipistrelli (la chiamano la bat-virologa). A un certo punto Shi è scomparsa dai radar, e circolavano voci su una sua diserzione in America, dove si era portata dietro molti documenti - qualche giorno fa Shi a pubblicato un post su Weibo per smentire la faccenda. Il laboratorio è comunque un fiore all’occhiello della ricerca sui pipistrelli, tanto che sin dal 2015, attraverso l’ong americana EcoHealth Alliance, riceveva sovvenzioni da Washington, e scienziati americani e cinesi lavoravano insieme. Fino all’aprile del 2019, quando l’Amministrazione Trump ha tagliato i fondi. Il 20 aprile scorso sul Figaro Isabelle Lasserre ha ricostruito la storia della collaborazione scientifica tra Francia e Cina, che inizia nel 2004, e ha spiegato che gran parte dei fondi usati per costruire il laboratorio di Wuhan sono francesi. Una fonte di Lasserre dice che i francesi hanno tentato di esportare anche i protocolli di sicurezza (“Un laboratorio P4 è una bomba atomica batteriologica”) senza grandi successi. Nel gennaio 2018 l’attaché scientifico dell’ambasciata americana in Cina aveva visitato il laboratorio e avvertito Washington degli scarsi livelli di sicurezza nel sito di Wuhan. E in più esistono dei precedenti. Come verificato da un’inchiesta dell’Oms, nel 2004 per due volte il virus responsabile della Sars sfuggì ai controlli dell’Istituto di virologia di Pechino. Si infettarono due dipendenti, che provocarono un focolaio di una decina di persone. Cinque funzionari furono ritenuti responsabili e licenziati. Un caso molto simile avvenne qualche mese prima al Singapore General Hospital, con un virologo infettato mentre lavorava in laboratorio. Succede. Ma sia quello di Pechino sia quello di Singapore sono laboratori di livello di biosicurezza 3. I laboratori di livello 4 hanno standard di sicurezza molto più avanzati.

 

E’ possibile che le prove di cui parlando Trump e Pompeo siano legate a questo: un virus, per colpa degli standard di sicurezza molto bassi a Wuhan, è sfuggito al laboratorio. Ma anche questa ipotesi, spiegano gli scienziati, è sì possibile, ma molto meno probabile di uno spillover naturale. Soprattutto per un motivo: nei laboratori di virologia si studiano virus esistenti. Il Sars-CoV-2 è un virus nuovo, sconosciuto. Anche ai cinesi. I complottisti rispondono: ecco, allora lo hanno creato loro. E si torna al punto di partenza (no, non è un virus artificiale). L’unica certezza qui è che le teorie del complotto prendono forza quando c’è poca trasparenza.

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  • Giulia Pompili
  • Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.