(foto Unsplash)

Casalinghe riottose

Mariarosa Mancuso

“Pestare i piedi a una posata o urtare i sentimenti dello strofinaccio”. Le paranoie di Shirley Jackson

Eravamo curiosi lettori delle rubriche che insegnano a cucinare piatti romanzeschi. Anche dei filmati su YouTube che fanno da tutorial per i timballi visti al cinema, o il pudding alla maniera delle cuoche vittoriane. Fino all’altro ieri, quando sul sito della Paris Review (la stessa che fornisce centinaia di magnifiche interviste agli scrittori, tradotte da minimum fax) abbiamo letto l’ultima puntata della rubrica “Eat Your Words”.

 

Era dedicata (non stiamo scherzando) a Varlam Šalamov, che sotto Stalin si era fatto 15 anni d’inferno nel lager della Kolyma. In Siberia: un posto così freddo – scrive l’ex prigiorniero che riuscì a cavarsela e fu riabilitato nel 1956 – che lo sputo si gelava in aria. Per cibo, zuppa e croste di pane. La sciagurata giornalista/cuoca decide di cimentarsi con il pane di segale. Prova e riprova, adducendo come giustificazione il fatto che ormai viviamo confinati, senza baci e abbracci. Dobbiamo accontentarci di cibi semplici, e questo le gela il cuore come neanche la Siberia.

 

Lasciamo la casalinga pazza e letterata per trovare conforto nella casalinga disperata Shirley Jackson. Una che scriveva racconti dell’orrore e non dimenticava di cuocere i brownies per i figli (“Tu scrivevi spostando il panetto di burro dal tavolo della colazione”: era il rimprovero che la scrittrice tormentata Jacqueline Bisset urlava all’amica bestsellerista Candice Bergen in “Ricche e famose” di George Cukor). I figli ricordano i biscotti, oltre al ticchettio della macchina per scrivere. Ma se apriamo “Paranoia” (mix di saggi, racconti e storie autobiografiche, da Adelphi) balza agli occhi la sezione: “Preferisco scrivere che fare qualunque altra cosa”. Segno che le cose non stavano esattamente così.

 

Shirley Jackson era una casalinga riottosa. Come ormai siamo tutte, private delle cene fuori (“Ormai patrimonio dell’umanità”, sostiene Saverio Raimondo, e speriamo sia solo comico e non profeta). “Se fossi una casalinga appena decente comincerei a lavare i piatti a un’ora del mattino, debitamente munita di grembiule, anziché accumularli nella bacinella”, confessa Mrs Jackson. L’avete presente? Andate a guardare la foto, con gli occhiali poco donanti e peggio ancora sono le pettinature. Puntualizza: “Io non odio i rubinetti”, e da lì scatta una fantasia da allucinogeni – lei sì che sapeva mettere a frutto le sofferenze, mica come noi.

 

I bicchieri verdi amano stare a mollo, e siccome sono stati comprati all’emporio si vergognano delle loro umili origini. Ogni tanto qualcuno si suicida buttandosi giù dalla mensola. Le due forchette da cucina – una a due rebbi, una a quattro – “Sono follemente gelose l’una dell’altra”, tranne quando si coalizzano contro la frusta. “Non ne sono succube”, precisa Shirley Jackson svoltando la disperazione in burla: “Ma non si può vivere in mezzo a tante forti personalità senza pestare i piedi a una posata o urtare i sentimenti dello strofinaccio”. E’ uno dei suoi racconti più spaventosi, come ben sa chi ha provato in questi giorni a far tornare pulito un pavimento, con straccio e spazzolone.

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