(foto di Charles Roux, dal sito Charlesroux.com)

Guardare le figure

Mariarosa Mancuso

Un tour sul sito del fotografo Charles Roux, buttandosi subito sulla sezione “Fictitious Feasts”

Letture, letture, sappiamo che non fate altro, perché “con un libro non si è mai soli”, eccetera eccetera eccetera… aggiungete qui tutti gli appelli che circolano negli ultimi giorni. Quanto ai giorni necessari per smaltire la caterva di consigli (ora anche le presentazioni online) possiamo solo sperare che l’epidemia non duri così tanto. Urge però un pubblicitario che sappia rivaleggiare con il genio che per le vendite natalizie congegnò lo slogan “non ingrassano e non puoi sbagliare la taglia”.

 

Ma guardare le figure, ogni tanto? Per esempio, andare sul sito del fotografo Charles Roux, e buttarsi subito sulla sezione “Fictitious Feasts”. Banchetti, o semplicemente tavole apparecchiate, prese dai romanzi e accuratamente ricostruite. Un progetto che il giovanotto ha in mente dal suo lavoro di diploma – che belli i luoghi dove i fotografi studiano un po’ prima di lanciarsi nel vasto mondo dell’arte. E che funziona così: preparazione del cibo, scelta del tavolo, delle stoviglie e di eventuali altri arredi. Illuminazione da natura morta. Scatto.

 

Sappiatelo, voi che fotografate copertine di libri con le tovagliette intonate. Charles Roux legge nei “Miserabili” di Victor Hugo che l’ex forzato Jean Valjean e la ragazzina Cosette mangiano insieme pane e formaggio, e per fare la foto si chiede “quale formaggio?”. Decide per il brie, da appoggiarsi su una fetta di pane campagnolo. Niente a che vedere con la coloratissima tavola di “Alice nel paese delle meraviglie”: tovaglietta a fiori, teiera e cupcake con glassa rosa e viola (“un po’ anacronistici”, confessa nel video dove racconta il proprio lavoro, “ma Lewis Carroll richiede follia”).

 

Ci sono più cene e pranzi che colazioni. Si sa che le colazioni non sono granché, per portare avanti l’azione romanzesca. Molto meglio i balli, chi mai si è fidanzato o ha scatenato guerre a colazione? Ci sarà tempo dopo, per i cattivi umori e per imparare come si fanno i french toast in caso di divorzio. O per gustare il rognone di Leopold Bloom nell’“Ulisse” di Joyce (sconsigliabile ai non irlandesi).

 

Fotografia dopo fotografia, c’è il cestino rovesciato per terra nel bosco di Cappuccetto Rosso, dalla favola di Charles Perrault. C’è l’orrendo pasto di Gregor Samsa kafkianamente trasformato in uno scarafaggio: foglio di giornale per terra, una scopa a far da quinta, una carota e altra verdura marcia, bucce di patate. E c’è l’interno moderno (più o meno, siamo in un 1984 parallelo) di Haruki Murakami, ovvero quel che si mangia in “1Q84”.

 

Volendo fare della comparatistica, procurarsi su Amazon “Fictitious Dishes” (anche per kindle). Dinah Fried fa lo stesso gioco, con meno immaginazione visiva e inquadrando i suoi piatti dall’alto, tipo selfie, non come quadri. Possiamo così confrontare le due zuppe d’avena di “Moby Dick”, i due pasti da tavola calda di Jack Kerouac on the road, i due crostoni con il formaggio fuso di Heidi. Vince Charles Roux, con una tavola ispirata all’horror di Shirley Jackson, “Abbiamo sempre vissuto nel castello”.

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