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Gli sciacalli e i tempi della giustizia

Il sospetto sulla bolla e le indagini sul ponte. Per deliberare è meglio conoscere

30 Agosto 2018 alle 06:00

Gli sciacalli e i tempi della giustizia

Foto LaPresse

Le indagini e gli accertamenti sul crollo del ponte Morandi, che ha causato la morte di 43 persone, proseguono, analizzando i documenti, i progetti e le relazioni tecniche in mano alla società Autostrade. Secondo una prima ricostruzione dei consulenti della procura, filtrata sui media, il crollo del ponte potrebbe essere stato causato da una bolla d’aria all’interno del tirante di calcestruzzo che avrebbe fatto arrugginire e deteriorare i cavi di acciaio all’interno dello strallo. Il problema sarebbe dovuto a un difetto sorto durante la fase di “iniezione” del cemento che ingloba i trefoli, i cavi in acciaio. E’ su questo aspetto, il cedimento degli stralli, che sono orientate le indagini dei magistrati.

 

E’ inoltre emerso che già negli anni Settanta la società Autostrade era preoccupata per lo stato del ponte e aveva commissionato uno studio all’ingegner Morandi, che aveva evidenziato “una degradazione della struttura in cemento armato molto rapida in alcune parti... molto di più di quanto ci si potesse aspettare”. C’è da dire che successivamente, a inizio anni Novanta, ha subito interventi di ristrutturazione.

 

In ogni caso, l’ipotesi del vizio iniziale della “bolla d’aria”, tutta ancora da verificare, ma finora mai emersa, dimostra che i processi non si fanno per diretta Facebook. Insomma, non è vero come ha dichiarato l’Avvocato del popolo Giuseppe Conte che “non possiamo aspettare i tempi della giustizia”, perché per attribuire delle responsabilità – civili e penali – bisogna prima accertare i fatti. Prima di prendere qualsiasi decisione bisognerebbe sapere cosa è successo. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, che non era un avvocato del popolo, ma è stato un padre della patria.

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