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Le Mans '66 - La grande sfida

La recensione del film di James Mangold, con Christian Bale, Matt Damon, Caitriona Balfe, Noah Jupe

15 Novembre 2019 alle 15:53

Miracoli del cinema ben scritto, ben recitato, ben diretto. Un obiettivo: vincere la 24 Ore di Le Mans contro le Ferrari che solitamente trionfavano. Una scadenza. Una vendetta per la Ford Motor Company: qualche anno prima, nel 1963, aveva cercato di comprare la creatura di Enzo Ferrari e l’offerta era stata respinta con sdegno. Nel film, da Remo Girone con gli occhiali scuri: per via del sempre perdurante “effetto Piovra”, par di sentire il “Nessun dorma” dalla Turandot di Puccini, inno ufficiale dei mafia film (non arriva, l’unico accenno sta nella battuta: “La Ford che vuol comprare la Ferrari è come se la mafia volesse comprare la Statua della Libertà”). Personaggi interessanti anche per chi mai – a meno che non fosse l’ultimo film rimasto al mondo – penserebbe di appassionarsi a macchine da corsa che per tre ore rombano, con i motori surriscaldati che prendono fuoco durante il rifornimento.

 

Per una volta, la moglie del pilota che rischia la vita – la 24 Ore di Le Mans per metà si corre di notte, e non tutta in pista – non è una ricamatrice di tendine che pretende il marito sul divano (l’attrice è Caitriona Balfe). Simpatico anche il ragazzino della coppia: Noah Jupe, giovane attore britannico che abbiamo visto alla Festa di Roma in “Honey Boy” accanto a Shia LaBeouf (altrettanto bravo – e finalmente placato, anche perché ha ceduto all’israeliana Alma Har’el la regia di una storia che racconta “la sua infanzia schifa”, avrebbe detto al tempo suo il giovane Holden di Salinger). Christian Bale è il pilota britannico Ken Miles, brusco e ingovernabile eroe della Seconda guerra mondiale: “Macché beatnik, è sbarcato con un carro armato e lo ha guidato fino a Berlino” lo presenta agli azionisti il socio Matt Damon, l’ex pilota e progettista di automobili Carroll Shelby (passato dalla parte sbagliata dei box per problemi cardiaci). Il duetto è grandioso. Sappiamo, o almeno sospettiamo, come andrà a finire. Ma non c’è una sola scena banale, neanche nei passaggi obbligati. Le corse automobilistiche sono una scienza esatta, teorizza Ken Miles. Anche il cinema ben fatto. Come in pista, ci sono i segnali per affrontare bene le curve.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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