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L'età giovane

La recensione del film di Jean-Pierre e Luc Dardenne, con I. Ben Addi, V. Bluck, O. Bonnaud, M. Akheddiou, C. Bodson

1 Novembre 2019 alle 18:08

Solo per spettatori di stretta osservanza. Per chi ai cantori belgi della miseria e della disperazione perdona qualsiasi cosa. Perdonava: qualche bisbiglio critico da un po’ si comincia a sentire (ma resta sempre il timore che criticando sceneggiatura e regia ci si schieri con i padroni, con gli industriali che licenziano, con gli sciagurati senza cuore al mondo per dannare la vita dei poveri). Infanzia maltrattata? Già dato, con i neonati venduti (salvo poi pentirsi, e arrivano altri guai). Proviamo con l’adolescenza: anche su questo avevano già dato, quindi si aggiunge l’immigrazione. “Il giovane Ahmed” – titolo originale che avrebbe fatto fuggire gli spettatori italiani, anche poco salviniani eppur desiderosi di vedere un film diverso da un talk-show – ha tredici anni. Oltre alla scuola dell’obbligo frequenta la moschea del paesino belga dove vive. Prima lezione, con esercizio pratico: insultare la sorella che indossa una maglietta senza maniche: “Ti vesti come una puttana”. Peggio capita alla maestra di arabo che oltre al Corano vorrebbe far leggere i testi delle canzoni: viene accoltellata sul pianerottolo. Il paese mormora: “sembrava tanto un bravo ragazzo, devoto e preciso nelle cinque preghiere, con i compiti in ordine”. Siccome siamo in un film dei fratelli Dardenne – stilisti che per anni si son fatti vanto di appiccicare la macchina da presa alla nuca dei personaggi – le abluzioni prima di stendere il tappetino da preghiera verso la Mecca sono inquadrate dei dettagli. La maestra giace all’ospedale, e noi restiamo all’oscuro di tutto. Perché un tredicenne che fino a un mese prima giocava ai videogiochi ora accoltella l’insegnante? Mistero. E nulla irrita più di un film che sceglie di raccontare solo i dettagli poco interessanti. Il giovanotto viene mandato in fattoria per la rieducazione – il duro lavoro, la terra, l’amicizia, nulla manca alla retorica, c’è perfino una biondina che vorrebbe baciarlo. Niente (e perfino l’imam si stupisce per la cocciutaggine). Sconsigliato per le visioni scolastiche. Ottimo per i dibattiti: nel finale spalancato ognuno vede quel che gli pare.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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