Il #metoo che annulla il diritto di difendersi, e anche la voglia di farlo

Simonetta Sciandivasci

Il caso di Ruggia, il regista francese accusato di pedofilia

Milano. Siamo in Francia e oltre Roman Polanski c’è di più. Più assurdo, più forcaiolo, più spietato. Il Dreyfus ostracizzato ed escluso da tutto, nelle ultime settimane, prima che si tornasse a far la guerra a Polanski, è Christophe Ruggia, regista, il quale, molti anni fa, durante le riprese del suo “Les diables”, avrebbe molestato l’attrice Adèle Haenel, adesso trentenne e allora dodicenne. E’ stata lei a raccontare le avances, le carezze sul collo, le “molestie sessuali permanenti”, che lui le riservava sul set e che lei era troppo bambina per fermare, per riconoscere. Ha scelto, Haenel, di tirar fuori la verità su un giornale, Mediapart.fr, e non di trascinare Ruggia in tribunale, perché dei giornali non si fida nessuno mai, tranne quando processano e condannano chicchessia. La risposta della pancia presentabile del paese non s’è fatta aspettare, e così Ruggia è stato cacciato dalla Société des réalisateur de film, che per statuto “difende la libertà artistica e morale della cinematografia”, è stato descritto ovunque come un pedofilo, ha ispirato indignatissimi post di grandi attrici, Marillon Cotillard in testa e lui, che inizialmente ha tentato di scusarsi - “Non avevo compreso che la mia adulazione e le speranze che riponevo in lei potessero apparirle, vista la sua giovane età, dolorose; se è stato così e se può farlo, le chiedo di perdonarmi” – e poi s’è rassegnato – “la mia esclusione sociale è già in corso, non posso fare nulla per evitarla". Una violenza sessuale non si risarcisce scusandosi così come una denuncia non si fa su un giornale (peraltro, in questo caso, non c’è stata: si sta nell’indefinita regione dell’harassment).

 

“Lei vuole togliere a un uomo il suo diritto di difendersi, quel diritto senza il quale non esiste giustizia”, ha scritto il filosofo Radu Stoenescu in una lettera aperta ad Haenel, pubblicata ieri da Causeur, nella quale non solo ricorda e sottolinea quello che la stessa attrice ha ammesso e cioè che Ruggia non le ha mai usato violenza di alcun tipo, e che lei ha continuato a frequentarlo per molto tempo, ma scrive pure che Ruggia è un uomo esemplare. “Se quest’uomo la desiderava e le mostrava il suo desiderio ma, come lei ammette, non l’ha forzata a soddisfarlo, significa che è stato capace di controllare i suoi impulsi” e “tutte le donne che sono state stuprate avrebbero voluto incontrare un Cristopher Ruggia. La violenza sessuale non si può curare: si può soltanto prevenire e, per farlo, ci vorrebbe che gli uomini avessero tutti la stessa dignità di quello che lei incolpa di essere un mostro”. Scivoloso, ma interessante. E siccome, forse, Stoenescu non ha molto cara la pelle (la propria), ha anche aggiunto: “Lei attacca Ruggia perché si sente più forte di lui”, dicendo qualcosa sul tempo che viviamo, un tempo che fa della vittima qualcuno in posizione dominante, impunibile. Chi lo sa dove sta la verità. Di certo nessuno, neanche chi ne subisce la distorsione (Ruggia, in questo caso), vuole andarla a cercare, né di dimostrarla. La domanda che possiamo porci, allora, non è quale sia il confine tra abuso e proposta, tra venerazione e persecuzione, ispirazione e costrizione, bensì, forse, questa: cosa siamo diventati, cosa diventiamo tutte le volte che qualcuno rinuncia a difendersi perché sa che non servirebbe.

 

Alcuni, e lo abbiamo visto, non potendo sopportare gli effetti della loro stessa resa, si sono suicidati. Altri si sono volontariamente esiliati. Altri ancora, i più furbi, si sono pentiti, scusati, rimossi, per tornare, tempo dopo, a far spettacoli su come il #metoo avesse cambiato la loro idea di mondo. Aziz Ansari, per essere più chiaro ancora, sul palco c’è tornato con una maglietta sbiadita. Niente più camicie, né giacche. Espiazione e mortificazione. Ansari aveva baciato troppo una sua ospite, e capito troppo tardi che di fare sesso non le andava e le aveva chiamato un taxi per tornare a casa.