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La censura del #MeToo si abbatte su "Toy Story 2"

La Pixar cancella un'occhiataccia di Woody il cowboy (durava solo cinque secondi). Così l'estremismo pol. corr. ci rende un po' più stupidi e permalosi

5 Luglio 2019 alle 19:10

La censura del #MeToo si abbatte su "Toy Story 2"

Cowboy Woody in una delle scene di "Toy Story 2" (Foto LaPresse)

Fa ridere. Se non facesse urlare di disperazione. Il #MeToo ha rovinato carriere, fatto sparire attori, inventato la professione di chi va sul set per controllare che le scene di sesso siano conformi, e che nessuno tra le lenzuola si faccia male (privilegio che una volta era riservato agli animali: qualche stuntman è morto sul lavoro, ma appena entrava in scena un coniglietto da bollire lo spettatore era rassicurato: “Nessun animale è stato maltrattato in questo film”).

 

Ha espunto dalle sceneggiature tutte le situazioni rischiose. Ha richiesto che la categoria dei recensori pareggi i conti con le donne, facciamo 50 e 50, così che le registe che oggi si sentono trascurate o maltrattate possano avere giustizia (poi la richiesta sarà estesa alle minoranze etniche, fino alla categoria critica: “Mi faccio giudicare solo da mio cugino”). Ha reso sospetti film che abbiamo finora visto portandoci i bambini, per esempio i classici Disney, rifatti tenendo conto delle nuove suscettibilità.

 

Ora neanche le scene dopo i titoli di coda possono più stare in pace. Capita che alla fine dei film, comici soprattutto, i registi piazzino le scene andate male, quando l’attore scoppia a ridere mentre dice la battuta, oppure tartaglia, oppure scivola prima di mettere il piede sulla buccia di banana. Lo aveva fatto anche la Pixar con “Toy Story 2”, anno 1999: alla fine c’erano gli inciampi di recitazione, i giocattoli parlanti erano trattati come attori in carne e ossa. Prima che Disney – per eliminare la concorrenza – comprasse la ditta di John Lasseter, gli spettatori adulti si divertivano più dei bambini, molte gag erano sulla storia e sul folclore del cinema.

 

Su “Toy Story 2” si è abbattuta l’estrema censura. In una scena che dura esattamente 5 secondi, Stinky Pete – il vecchio pioniere barbuto mai uscito dalla sua scatola, quindi perfetto per le smanie dei collezionisti che i giocattoli li vogliono intonsi – flirta con due Barbie proponendo loro una parte in “Toy Story 3”. Lo fa senza neanche uscire dalla scatola, le Barbie hanno saltato il cellophane. Appena Woody il cowboy si accorge della manovra, lancia a Slinky Pete un’occhiataccia. L’altro fa la faccia vergognosa, il messaggio è chiarissimo: “Si usava, una volta a Hollywood, ma non son cose che si fanno tra giocattoli perbene”.

 

Invece no, perché siamo sempre più permalosi, e siamo anche diventati un po’ stupidi, a furia di irritarci per le bazzecole. I cinque secondi dello scandalo – cinque secondi, Pixar andava così veloce che serviva il fermo immagine per cogliere tutte le citazioni e i riferimenti – sono stati eliminati. Dalle edizioni in Blue Ray e anche dallo streaming. Spariti. Cancellati. Non dite a nessuno che la mamma di Bambi veniva ammazzata dai cacciatori, facendo le proporzioni cancelleranno l’intero film dalla storia Disney.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • mristoratore

    06 Luglio 2019 - 13:01

    L 'autocensura delle Major farà emergere piccoli produttori più osé. Speriamo

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  • guido.valota

    06 Luglio 2019 - 11:11

    Poi dice che la gggente si butta a destra.

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