Il #MeToo in Italia è un #MeNooo

Giuliano Ferrara

L’ovazione per Placido Domingo, gli applausi per Woody Allen. Nella vecchia Europa c’è un paese belloccio, stronzo e musicale, moderno e saggio, dove si mettono limiti ai confezionatori seriali di limiti. Come non trasformare in gogna il #metoo: il caso italiano

Quei diciotto minuti di applausi scaligeri al tenore fattosi baritono, l’ottantenne Placido Domingo, sono la commovente e allegra dimostrazione, non senza un risvolto di ambiguità, di un notorio primato degli italiani: l’incredulità. Qui il #metoo è un #menooo. Domingo è stato accusato di aver palpato decenni fa delle signore in orario di lavoro, eventuale grave caduta di stile dispiegatasi nell’ultimo mezzo secolo, e subito defenestrato dal mondo musicale di Los Angeles e dalle sue istituzioni, una leggenda vocale brillante offuscata da un finale di partita un po’ losco. Attori e attrici, produttori, manager, avvocati, giudici, funzionari, registi, artisti, direttori d’orchestra, etero e omosessuali, senza odiose discriminazioni, negli ultimi due anni in tutto il globo, a cominciare dall’ambiente puritano dell’anglosfera ma con ramificazioni moleste ovunque nel mondo, sono stati messi alla gogna, mandati sotto incerto processo, linciati sulla pubblica piazza, più semplicemente licenziati e banditi o quando scomparsi dannati nella memoria, censurati ex post per scorrettezza ideologica. Questo è avvenuto non dico per gravi reati da provare come lo stupro, la coazione, le botte, che vorrei vedere, ma per sessomatto o semplice galanteria da provoloni o per accuse di sapore isterico e che nessun tribunale ha creduto opportuno anche solo approfondire, nonché giudicare, come è il caso di Woody Allen, divinità dell’humour ebraico e della poetica metropolitana, che sempre alla Scala ha di recente bucato, con la sua versione del pucciniano Gianni Schicchi, il muro di ostracismo oppostogli dai conformisti e dalla sua combattiva famigliola allargata dei Farrow.

 

 

Paghiamo l’incredulità con un chiassoso disordine etico, con un cinismo che viene direttamente dal Cinquecento fiorentino, con la proclività ciclica ad abbracciare e comprendere quando non a celebrare i nostri peggiori difetti. L’indulgenza può avere effetti altrettanto crudeli dell’intransigenza. Ma nel caso in discussione questo nostro ipercattolico rivelarci refugium peccatorum ha qualcosa di squisito, di delicato, di moralmente superiore. Per quanti sforzi facciamo di conformarci all’andazzo universale, la nostra messa in scena dei guasti della passione e della frivolezza galante è irrimediabilmente diversa dalla media dei civilizzati. Quando un famoso magistrato inquirente ha bollato di “furbizia levantina” una call girl a disposizione di un celebre uomo pubblico, diciamolo, ha pestato anche giudiziariamente una cacca. E tutto il bunga bunga si è svolto sotto i nostri occhi increduli al riparo dalla violenta presupposizione di violenze che evidentemente non c’erano state. Nella Harvard dei puritani potrebbero mettere su una cattedra di bunga bunga per spiegare ai cercatori e alle cercatrici di safe spaces che le lusinghe cortesi del piacere e dei vari elisir d’amore sono materia di mélo, non di caccia alle streghe. Non lo faranno, ché ognuno è attaccato ai propri difetti e vede soltanto quelli degli altri.

 

Detto questo, l’ambiguità. E’ appena ovvio che qualcosa deve cambiare sull’altare della egalizzazione nei rapporti uomo-donna e anche uomo-uomo e donna-donna, insomma nelle relazioni umane emancipate dalla frenesia di dominio che spesso nel corteggiamento e nel vaneggiamento tracima in molestia a danno del più debole. Il #metoo non ha solo un risvolto di bestiale ingiustizia e di gogna, è anche la posizione di un limite ricca di pudore e di rispetto. Ma questo soltanto a patto di integrarlo con la lezione del #menooo, con una misura maggiore e equilibrata di atti e di parole, con un senso della realtà e della forma meno complicato dalle esigenze intrattabili della moda passeggera e molto esclusiva del politicamente e sessualmente corretto. Che ci sia nella vecchia Europa un paese belloccio, in cui in tanti amerebbero poter vivere, un paese un po’ stronzo e musicale, moderno ma senza escludere antica saggezza popolare e d’élite, in cui si mette un limite ai confezionatori seriali di limiti, questo è molto consolante e utile. Come quei diciotto minuti di applausi scaligeri al presunto palpatore di tanto tempo fa, e i tanti altri esempi di tolleranza e di rigetto del fanatismo riscontrati da queste parti.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.