cerca

Roman Polanski passa al contrattacco contro il “femminismo maccartista”

Stavolta a rubarci il cuore è Noah Baumbach

30 Agosto 2019 alle 06:00

Roman Polanski passa al contrattacco contro il “femminismo maccartista”

Roman Polanski (foto LaPresse)

Roman Polanski passa al contrattacco. Poiché il regista conosce bene i suoi nemici, lo aveva fatto prima delle giravolte di Lucrecia Martel, presidente di giuria alla Mostra di Venezia (a Cannes l’avrebbero subito licenziata: i giurati vanno in giro scortati, guai se rilasciano dichiarazioni sui film in gara). Il sito Deadline registra la notizia usando il verbo “harass”, molestare. Lo stesso usato dalle accusatrici del #MeToo: finalmente qualcuno comincia a capire che molestia non è soltanto “vieni su in camera che ne parliamo”, rivolto a un’attrice che magari per quel ruolo sarebbe disposta a vendere la mamma (ma in fondo sono affari suoi). E’ anche impedire ai registi di lavorare.

 

Pascal Bruckner – lo scrittore del romanzo da cui Polanski ha tratto il film “Luna di fiele” – parla di “femminismo maccartista”. Lo fa in un’intervista preventiva (il regista probabilmente non sarà al Lido, chi gli può dar torto?) pubblicata nelle note per la stampa che accompagnano il film “J’accuse”. Ricorda per chi se li fosse scordati gli altri momentacci superati dal regista: la Seconda guerra mondiale da orfano ebreo, la censura nella Polonia comunista, le accuse di aver assassinato la moglie Sharon Tate in un rito satanico, prima che arrestassero la banda di Charles Manson.

 

Alla fine di due ore nello spazio profondissimo trascorse con Brad Pitt – titolo del film “Ad Astra”, dirige James Gray che quando si allontana dalla sua Little Odessa gira a vuoto – pensiamo una cosa sola. C’era bisogno di andare sulla Luna, poi su Marte, poi su Nettuno per fare tornare indietro una fidanzata delusa & trascurata, “a te interessa solo fare l’astronauta?”. Un vizio di famiglia: anche il padre di Brad Pitt – Tommy Lee Jones, ottima scelta di cast – aveva abbandonato la moglie e il figlio piccolo per cercare forme di vita intelligente (classica frase da fantascienza che ormai provoca la ridarola). Siamo in un futuro abbastanza lontano perché la Luna sia raggiungibile con un volo di linea – preparate gli spiccioli per cuscino e coperta, son 125 dollari. Appena sbarcati, l’alieno (finto) è pronto per il selfie come il gladiatore al Colosseo. Voci fuori campo, messaggi con la Terra, chiacchiere di valutazione psicologica: praticamente un radiodramma. P. s.: la faccia nascosta della Luna è come il Far West.

 

Ieri era stata Catherine Deneuve a rubarci il cuore. Oggi è Noah Baumbach, in gara per il Leone con “Marriage Story”. Catherine Deneuve ha già dichiarato “Fabienne c’est moi” (Fabienne è l’attrice che quando sente nominare Brigitte Bardot fa un’elegantissima smorfia di disgusto). Noah Baumbach pure: è figlio di divorziati (vedi “Il calamaro e la balena”), ha divorziato dall’attrice Jennifer Jason Leigh, per conservare un briciolo di pudore ha aggiunto di aver fatto il terzo grado agli amici che divorziavano.

Scarlett Johansson e Adam Driver sono in crisi ma non tanto, vanno dal consulente e subito cominciano a litigare davvero. Lui ha una sua compagnia di teatro impegnato, lei aveva fatto l’attrice in un filmetto dove si tirava su il maglione e sotto niente; lavorano insieme finché una serie tv turba gli equilibri. Lei viene dall’assolata Los Angeles ed è figlia di attori. Lui è arrivato a New York da solo e cerca di farsi strada, della metropoli gli piace tutto. Hanno un figlio, e molti motivi per stare insieme: ognuno li scrive su un pezzo di carta, a uso dello spettatore.

Entra Laura Dern, avvocatessa sui tacchi a spillo: il tipo di donna che “mangia insalata verde e beve sangue umano” (copyright Saul Bellow in “Herzog”). Comincia l’escalation: il divorzio consensuale diventa una battaglia tra East Coast e West Coast. Entra Alan Alda, primo avvocato di lui: “Mi ricordi me al mio secondo divorzio”. Poi verrà arruolato Ray Liotta, più feroce. “Storia di un matrimonio” andrà su Netflix (oltre che in qualche cinema). Così si spiegano le oltre due ore, la partenza lenta, il ritmo irregolare da miniserie con lacrime, tenerezze, battute fulminanti.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi