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Difendere la libertà della donna contro la violenza dell'aborto maschio

Mentre si manifesta bisognerebbe anche ricordare che un figlio ha diritto di nascere e che una donna ha sempre diritto di farlo nascere

25 Novembre 2019 alle 19:53

Difendere la libertà della donna contro la violenza dell'aborto maschio

Sabato 23 novembre. Il corteo nazionale “Non Una Di Meno” contro la violenza sulle donne (foto LaPresse)

Nella campagna contro l’aborto di undici anni fa si disse, dissi, che “l’aborto è maschio”, e la cosa fu presa come una bizzarria o addirittura un marchingegno retorico, la ricerca al massimo di una attenuante generica per un’accusa di antifemminismo o di misoginia. Ora è avvenuto qualcosa. La circostanza è passata come si dice inosservata. Osservare non è più il forte di una civiltà del vedere e del chiacchierare. Nel giorno delle manifestazioni contro la violenza sulle donne, sabato scorso, si è appreso traumaticamente che un assassino ha ucciso la sua compagna perché lei non voleva abortire. Non è la prima volta che accade una faccenda di questo genere particolarmente ripugnante: il duplice omicidio di una donna e della vita accolta nel suo corpo, allo scopo direi brutalmente maschile di eliminare il “rischio” di una doppia e a quel punto doppiamente scomoda esistenza in vita. 

 

La coincidenza temporale però ha ridetto con atroce clamore che l’aborto è maschio, e proprio nel giorno dedicato alla violenza maschile sul corpo delle donne. Un accostamento più ancora inopportuno che inosservato e forse inosservato, stavolta, perché inopportuno. L’idea prevalente, sempre meno criticabile ora che “l’interruzione volontaria della gravidanza”, eufemismo gravido di significati ipocriti, è considerata l’esercizio di un diritto di liberazione dalla violenza patriarcale e possessiva, in una parola dalla schiavitù procreativa alla quale si sostituisce una pianificazione procreativa (planned parenthood), è che la donna incinta sia la prima a soffrire di un aborto, e anche per questo deve essere “lasciata in pace”, altra espressione eufemisticamente dubbia, ovvero lasciata sola, prima di tutto dalla società e dal maschio, soggetti estranei alla sua privacy (sentenza Roe vs Wade, 1973, Corte suprema degli Stati Uniti).

 

Che aborto e sofferenza femminile siano intrecciati tragicamente è evidente, e un punto debole della linea pro life è sempre stato quello di spezzare l’unità nel binomio della difesa delle due vite in gioco. Ma che qualcuno, magari proprio la società moralmente sorda e il maschio virtualmente interessato allo sviluppo degli eventi, sia capace di infliggere questa sofferenza, per poi ritrarsi non in legislazioni a tutela, sensate e non punitive, quanto in misure ispirate al più freddo laissez faire, questo è la circostanza citata a renderlo patente: mentre manifestiamo per estirpare la violenza sulle donne, questa violenza viene esercitata come un aborto di doppio grado, che distrugge una volontà, quella di partorire, e due vite, quella della madre e del bambino programmato e formato nel suo seno. 

 

Il rischio temuto dal maschio violento, che ricorre alla misura estrema e barbarica per evitarlo, non è moralmente così diverso dal “rischio” paventato da un celebre presidente perfettamente progressista (e mai abbastanza rimpianto malgrado il presunto antiabortismo malaticcio del successore); parlo di Barack Obama, quando scongiurava l’eventualità che una delle sue due figlie restasse incinta dopo aver fatto l’amore. La parola è la stessa, nonostante l’abissale differenza delle intenzioni e dei comportamenti. E lo stesso è il grado di violenza antifemminile di quella parola, per quanto possa essere interiorizzata nella sottocultura del diritto all’aborto. Un figlio ha il diritto di nascere e una donna ha sempre il diritto di farlo nascere, sono due libertà dalla violenza che seguono esattamente lo stesso percorso, ma rendersene conto vuol dire saper osservare le circostanze e le verità illustrate dal nostro raccapricciante racconto quotidiano. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • Cacciapuoti

    26 Novembre 2019 - 10:47

    Bisognerebbe scrivere la storia dell'infanticidio per parlare adeguatamente della "donna".

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