In morte della famiglia

Giulio Meotti

Quarant’anni fa Christopher Lasch disse che anche l’“ultimo rifugio” sarebbe stato espugnato. Uno scandalo

A Parigi è stato appena promosso un festival femminista dal titolo che è tutto un programma: “Sortir de l’hétérosexualité”. Per l’ideatrice, Juliet Drouar, l’eterosessualità è il “fondamento della strutturazione del genere binario” ed è “in stretto collegamento con la costruzione del capitalismo”. Per questo va smantellata. Poi, il governo francese ha lanciato una iniziativa per eliminare gli “stereotipi sessisti” dai giocattoli e per incentivare giocattoli “gender free”. Intanto, nelle aule della politica, impazzava la discussione sull’estensione della procreazione medicalmente assistita, oltre i confini della biologia e della famiglia naturale. E’ il grande eco di ritorno di quella French Theory nata intellettualmente negli anni Settanta e Ottanta su iniziativa di una serie di filosofi, psicoanalisti e intellettuali francesi che François Cusset ha ricostruito in un libro, “French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze and Co. all’assalto dell’America”. Oggi la French Theory è “il” verbo nei campus americani, specie in California e nella East Coast. Quarant’anni fa, fu proprio un professore americano, Christopher Lasch, a capire che quella teoria avrebbe avuto un’eco profonda sul nostro modo di vivere.

 

Knopf rifiutò il libro, le femministe lo attaccarono come “misogino”, gli amici di sinistra gli tolsero il saluto. Lasch divenne un estraneo

In un’analisi di sinistra sul capitalismo industriale e i suoi effetti sulla politica, la tenuta sociale, i modi di pensare e la psicologia, Lasch proponeva in quegli anni un ritorno al conservatorismo di comunità, famiglia e autodisciplina. L’allora presidente Jimmy Carter chiese a Lasch di aiutarlo in un discorso, pronunciato nel luglio 1979, sulla “crisi di fiducia” della nazione. Quel discorso divenne noto come quello sul “malessere nazionale”. Tutti i suoi libri - “La cultura del narcisismo”, “L’io minimo”, “Il paradiso in terra”, “La ribellione delle élite” - sono ancora molto letti, così come molte delle sue intuizioni - la critica delle politiche liberal e la crescita delle burocrazie governative, che minacciano l’autonomia dei nuclei familiari – si sono dimostrate molto influenti.

 

Della cultura contemporanea il marxista critico del progressismo Lasch, che divenne l’avversario più lucido della nuova sinistra americana (il “radicalism”), non salvava molto. Non la politica come spettacolo. Né i principi educativi, che avevano contribuito all’inebetimento degli studenti d’ogni ordine e grado, e alla degradazione della competenza prima ancora che dell’autorità degli insegnanti. Né la “cultura del narcisismo” basata su una burocrazia cancerosamente proliferante in uno stato divenuto al tempo stesso assistenziale e parassitario, tramite la massiccia diffusione di tipi di lavoro “inutili”. “E’ la società più dispendiosa e prodiga nello sprecare talenti umani che l’umanità abbia mai prodotto” diceva Lasch.

 

Nessun intellettuale americano avrebbe plasmato i termini della critica culturale post-anni Sessanta quanto Lasch, con la sua denuncia dell’alchimia nociva di welfare burocratico, consumo e cultura terapeutica. Adesso torna in libreria (il 24 ottobre per la benemerita Neri Pozza, che da anni traduce Lasch e altri “dimenticati”) il libro di Lasch dedicato alla famiglia. Si intitola “Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio”, che quando uscì il New York Times definì “uno dei libri più strani e inquietanti apparsi negli ultimi anni”. La tesi di Lasch è che la storia della società coincide ormai con l’imposizione di controlli sociali su attività un tempo lasciate alla famiglia. “Christopher Lasch è stato l’analista più acuto della società in cui oggi siamo obbligati a vivere, nel momento stesso in cui essa, distruggendo un ‘vecchio’ non sempre disprezzabile e affermando un nuovo non sempre, anzi quasi mai, entusiasmante, ha stabilito nuove regole e modelli, che siamo in pochi a considerare più ossessivi che mai, ma certamente più alienanti che mai” scrive Goffredo Fofi nella postfazione al libro.

 

Abbiamo incrinato una delle principali fonti di coesione sociale, all’unico scopo di crearne altre ancor più oppressive

Lasch pubblicò il libro nel 1977, quando praticamente tutta la cultura americana spingeva verso la direzione opposta, l’indebolimento, lo smantellamento e l’archiviazione della più antica e stabile (fino ad allora) forma di relazione umana, e le rappresaglie ideologiche furono pesanti e continue. Lasch vide arrivare il ripiegamento della psiche su se stessa, il suo concentrarsi sui bisogni individuali e sui propri stati emotivi, osservabile da decenni, col relativo declino della disposizione all’impegno pubblico e familiare. Il libro era nato come una serie in tre parti pubblicata sulla New York Review of Books e Lasch vi affermava che la famiglia era l’ultima istituzione precapitalista. Questa tesi lo mise in contrasto con i suoi ex alleati e amici di sinistra, perché sosteneva ruoli tradizionali basati sull’idea di una famiglia nucleare. Il libro avrebbe guadagnato invece gli applausi in luoghi inaspettati come la National Review e segnò un percorso accademico che, partire dalla metà degli anni Settanta, fece di Lasch non più uno di sinistra ma una sorta di reazionario accademico. Col libro sulla famiglia, Lasch venne accusato di male backlash e conservative backlash, ovvero di essere un misogino e una cattiva persona. La casa editrice Knopf rifiutò perfino di pubblicare il libro. E Lasch si avvicinerà a “eretici” della cultura come Wendell Berry, scrittore e contadino del Kentucky, pacifista, cristiano, poeta, citato anche da Obama, teorico di una “economia della comunità”, e a Alasdair MacIntyre, un altro ex marxista diventato cattolico, che spiazzerà tutta la produzione filosofica di quegli anni con il suo libro “After Virtue”.

 

Uno dei capitoli del libro di Lasch sulla famiglia si intitola “al capezzale di una società malata”. E’ quella che il celebre sociologo mette sotto accusa per spiegare la fine della famiglia, col suo “nuovo vangelo fatto di relativismo, tolleranza, sviluppo personale e maturità psichica”. Il movimento psichiatrico e, più in generale, le professioni “assistenziali”, si posero all’avanguardia della rivolta contro la famiglia borghese. “Anziché riandare al passato, la loro ideologia anticipava i bisogni di una società fondata non sulla laboriosità ma sul consumo, sulla ricerca del successo personale e sulla manipolazione dei rapporti interpersonali”. Lasch non rivolge soltanto, da sinistra, una critica al materialismo; sempre da sinistra attacca le nuove tendenze della pedagogia, che spinsero i genitori a trasformare i figli in narcisi.

 

Lasch attacca le “neofemministe, i paladini della ‘controcultura’, i sociologi di sinistra, i profeti della ‘nuova storia sociale’”

Alla donna, liberata dal vincolo matrimoniale, venne affidato un nuovo ruolo: “Il ruolo poliedrico di partner sessuale, convivente, compagna di giochi e terapeuta”. Lasch attacca i consulenti matrimoniali, le agenzie per il benessere dei bambini, gli assistenti sociali, i “life coach”, gli psicoterapeuti, “un esercito di terapeuti che tentano di ovviare ai guasti arrecati, in ultima analisi, proprio dalla famiglia”. Educatori, consulenti matrimoniali e terapisti rifiutavano intanto unanimemente l’approccio che insisteva sulla prevenzione del divorzio. “L’obiettivo dei loro sforzi era ‘elevare il livello di felicità nel matrimonio, favorire la salute mentale, migliorare la qualità della funzione paterna e creare il clima favorevole a un più salutare sviluppo della personalità’”. Gli operatori sociali concordavano che il loro intervento dovesse cercare di “favorire lo sviluppo psicologico”. Molti studi mostravano che spesso le coppie erano più felici del secondo matrimonio, e da queste testimonianze usciva rafforzata la convinzione degli operatori sociali che la crescita personale dovesse avere la precedenza rispetto alla stabilità coniugale. “Neofemministe, paladini della ‘controcultura’, sociologi di sinistra, profeti della ‘nuova storia sociale’”, e i giornalisti che divulgano le idee di questi intellettuali credono di avere personalmente scoperto la difficile situazione della famiglia”. Emerse “l’ideologia degli impegni non vincolanti”. Il giovanilismo di quegli anni fece il resto e individuò nella famiglia il principale bersaglio, “non soltanto qualcosa contro cui ‘ribellarsi’, ma un’istituzione corrotta e decadente da abbattere. La nuova cultura giovanile, del resto, non rappresenta una semplice ribellione adolescenziale, come è evidente dalle ripercussioni della critica della famiglia, che trova consenzienti numerosi altri gruppi eterogenei: femministe, fautori dei diritti degli omosessuali, riformatori culturali e politici di ogni genere”.

 

Questa diga sarebbe crollata addosso anche a quelli che in teoria sarebbero dovuti essere gli ultimi difensori della famiglia: “I cattolici liberali, ammaestrati dalla scienza sociale e dal diffuso radicalismo culturale, parlano di tendenze verso identità meno anguste, di ‘ampliare la cerchia familiare’”. Oggi tutto è cultura e niente biologia, dato naturale. Lasch aveva capito anche questo: “Nell’atto stesso di relativizzare la cultura, la scienza sociale la trasformò in una specie di assoluto”.

 

“Un nuovo vangelo fatto di relativismo, tolleranza, sviluppo personale e maturità psichica” è andato all’assalto della famiglia

Secondo Lasch, la fine della famiglia come cellula di base della società, al suo centro, protetta, valorizzata, avrebbe scosso anche le basi del liberalismo: “Incapace di spiegare la persistenza della religione, l’attaccamento alla famiglia e un’etica della responsabilità personale se non come espressioni di falsa coscienza, la sinistra si ritrova oggi senza un seguito. La sinistra non vede se non intolleranza e superstizione nella difesa popolare della famiglia o nell’atteggiamento popolare nei confronti dell’aborto, del crimine, del busing e del curriculum scolastico. La sinistra non si schiera più col senso comune, come ai tempi di Tom Paine. Ha finito anzi per vedere nel senso comune – nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità – un ostacolo al progresso e all’illuminismo. Dato che identifica la tradizione con il pregiudizio, è ormai incapace di parlare con la gente ordinaria in un linguaggio che questa possa essere in grado di capire. Parla sempre più spesso un suo proprio gergo, il gergo terapeutico delle scienze e delle professioni sociali, che sembra servire più che altro a negare ciò che tutti sanno”. Ma ne aveva anche per la destra: “Una società in cui il sogno americano rischia di degenerare in autoaffermazione pura, non lascia spazio ai ‘valori della famiglia’. E questa resta la contraddizione fondamentale non solo di Reagan, ma della nuova destra in generale”.

 

Crollata la famiglia, “l’intera vita del cittadino è ormai sottoposta alla direzione della società, mentre si affievolisce sempre più la mediazione della famiglia e delle altre istituzioni alle quali una volta era delegata l’opera di socializzazione. Minando la capacità di autodirezione e di autocontrollo, la società ha incrinato una delle principali fonti di coesione sociale, all’unico scopo di crearne altre ancor più oppressive e in fondo più deleterie in materia di libertà personale e politica”.

 

Il sociologo Carle C. Zimmerman, citato da Lasch, nel 1947 aveva già scritto un libro per spiegare come ci trovassimo ad attraversare la stessa crisi familiare che aveva preannunciato la caduta della Grecia e di Roma antiche. In tutte le civiltà, scriveva Zimmerman in Family and Civilization, esistono tre tipi di famiglia di base. La famiglia di fiducia è tribale e clanica e predomina nelle società agrarie. Il modello familiare “domestico” è ricco di legami forti e si trova nelle civiltà in via di sviluppo. Il modello finale di famiglia è quella “atomistica”, che ha legami deboli ed emerge nelle civiltà avanzate. Quando l’Impero romano cadde nel V secolo, le forti famiglie delle tribù barbariche sostituirono le famiglie romane deboli e atomistiche. Sembra arrivato il turno dell’occidente narcisistico.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.