“Emancipiamoci dall'emancipazione”. Taguieff contro l'utopia da tabula rasa

Giulio Meotti

“E' l’oppio e l’euforia delle masse disorientate”

Roma. Chi è che non osa inginocchiarsi davanti alla parola più incantevole, positiva e seducente dei nostri tempi, “emancipazione”? Lo studioso francese Pierre-André Taguieff, con il suo nuovo libro L’Emancipation promise (per le Editions du Cerf), in cui attacca l’“emancipazionismo”. Basta guardarsi attorno e si vedrà un proliferare di teorie dell’emancipazione, dal “lavoro, primo diritto di emancipazione” (neolingua sindacale) alla “pedagogia dell’emancipazione” (attivismo scolastico) fino al clivage “famiglia contro emancipazione”. In realtà, dice Taguieff, è “un’impresa nichilista, una felice sottomissione che promuove una società senza identità”. E conformista.

 

Il conformismo, parola chiave nei dibattiti e nelle risse degli ultimi anni, è uno di quei grandi contenitori dove ci può stare di tutto. Secondo Cass Sunstein, giurista di Harvard, il conformismo è pericoloso e mina la società liberale. Lo ha spiegato nel suo nuovo libro, Conformity: The Power of Social Influence. Il conformismo è sia necessario sia un pericolo per una società. Sunstein è stato il principale professore di diritto americano per decenni e uno dei maggiori intellettuali pubblici, co-autore del bestseller Nudge del 2008 con Richard H. Thaler. Consigliere e amico di Barack Obama, già compagno della filosofa Martha Nussbaum e oggi dell’ex ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu Samantha Power, Sunstein è un super liberal, ma spiega: “Viviamo in un’èra in cui gruppi di persone – a sinistra, a destra, nei dipartimenti universitari, nelle istituzioni religiose – finiscono spesso nella rabbia, vedendo i membri della specie umana come nemici. Tali gruppi potrebbero persino intraprendere qualcosa come i ‘due minuti di odio’ di George Orwell”.

 

Alle stesse conclusioni di Sunstein arriva Taguieff, uno dei maggiori studiosi francesi di ideologie politiche, antisemitismo e populismi, direttore al Centro nazionale per la Ricerca scientifica. Per diventare più liberi, dobbiamo liberarci di tutto ciò che ci definisce. L’emancipazione di ebrei, schiavi, donne e popoli colonizzati sono processi storici intrinsecamente positivi, avverte Taguieff. Ma la mitologizzazione dell’ideale di emancipazione, l’“emancipazionismo”, è diventato “l’oppio e l’euforia delle masse disorientate come individui senza appartenenza”. All’emancipazione dal passato si aggiunge l’emancipazione dalla natura. “La negazione dell’eredità e dell’appartenenza assume la forma seducente di un’abolizione della sottomissione o dell’alienazione per diventare una promessa di liberazione, la produzione dell’individuo libero. Da quel momento in poi, il futuro può essere dipinto di rosa”. Il fascino di questa parola nasce dalla confusione che si crea fra emancipazioni sociali, economiche, politiche, giuridiche e intellettuali. L’abuso dell’emancipazione inizia con la sua assolutizzazione, che ne fa una causa universale dotata di valore intrinseco. “Si arriva a desiderare di emanciparsi per emanciparsi, senza preoccuparsi del ‘perché’ o del ‘per cosa’ ci si dovrebbe emancipare. L’emancipazione è stata sloganizzata, è diventata un tema di propaganda”.

 

Presuppone una “indignazione morale permanente contro ‘odio’, ‘conservatorismo’, ‘populismo’, ‘razzismo’, ‘omofobia’, ‘islamofobia’”, si basa su “ripetute invocazione alla ‘Resistenza’, una parola che è stata svuotata del suo significato”. L’effetto è di dividere le società: “In stile manicheo divide tra i cittadini dalle opinioni rispettabili e i ‘delinquenti’ del pensiero”. Alla fine, l’emancipazionismo ha effetti perversi sulla democrazia: “Ci disumanizza facendoci credere che l’umanità verrebbe migliorata se perdesse la propria eredità e abolisse tutti i propri limiti”. Produce così individui che sono “copie di un tipo umano astratto”.

 

E’ un grande paradosso contemporaneo: “Le stesse persone che celebrano la ‘diversità’ preparano il terreno per l’avvento di un’umanità omogenea, uniforme, indifferenziata”. E nella storia questo non è mai stato il segno delle democrazie, ma dei totalitarismi.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.