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A casa degli altri

Le planimetrie di Lia Piano hanno risvegliato l’infanzia nel figlio della grande Grazia Neri

4 Ottobre 2019 alle 13:03

A casa degli altri

Foto Unsplash

A metà lettura di Planimetria di una famiglia felice (Bompiani) di Lia Piano, terzogenita di Renzo, dopo aver conosciuto le giornate sgangheratamente felici di una famiglia con tre figli e pervase da genio, bellezza e casualità british genere Gerald Durrell ma in una villa sopra Genova, dopo aver sorriso agli effetti di una tipica atipica educazione primi anni Settanta, sono giunto al capitolo: “Le camere degli ospiti”, che io avrei intitolato: “A casa degli altri”. Mi ha ricacciato indietro, un tuffo impegnativo tra sentimento e memoria per raggiungere l’età della protagonista, che nei primi anni delle elementari fa l’esperienza di abbandonare la propria quotidiana anomalia casalinga, di cui si cominciano a intuire vantaggi e fregature, per varcare la soglia degli appartamenti – tappezzerie, crostate di Panarello e passatoie rosso scuro in portineria – dei compagni di scuola.

 

Sono passati cinquant’anni, ma le scoperte prodotte da quei timidi Vieni a giocare da me? sono scampate all’oblio e sanno dirmi più di altri ricordi chi fossi io e cosa non fossi, e che cosa significasse, alla fine degli anni Sessanta, essere in classe l’unico figlio di separati, avere i capelli lunghi, gli occhiali di tartaruga e una madre che lavorava e guadagnava più del padre, non andare a messa, passare, a differenza di Lia Piano e della maggioranza dei miei amici, i pomeriggi da solo, in una Milano grigia, affamata di cambiamento e senza natura. Figlio unico, mai Nutella o Topolino (il vicino di casa, trentenne era abbonato e mia madre lo derideva, dandogli del sottosviluppato), sostituito da Gramsci e Ragazzo negro di Richard Wright. Suonando alle porte di casa dei miei compagni, ero ammesso nell’intimità altrui con una licenza di esplorare che la vita poi non concede più.
 “Eccole, finalmente, le case degli altri”, scrive Lia Piano con l’entusiasmo di chi scommette che fuori ci sia il meglio. “Appartamenti puliti, con lo zerbino davanti alla porta, e il cognome scritto sopra il campanello di ottone… E poi il loro campanello funzionava. Le foto avevano cornici d’argento….”. 
Eccole le case dei miei amici di terza, di quarta e in cui entravo come un ossuto bambino senza passato in una reggia della Restaurazione. L’immagine più congrua (e corrispondente all’epoca, 1968) è il finale di 2001: Odissea nello spazio, quando l’astronauta avanza stralunato in una casa pallida, un’entità bella, nemica, finché non s’incontra invecchiato, morente. 
Nelle mie case degli altri i corridoi vivevano più delle stanze. E i fratelli giocavano a tirarsi qualsiasi cosa da un estremo all’altro finché una madre, una tata, una sorella che studiava, mai il padre che rientrava soltanto quando io stavo per uscire e mi guardava con cortese sospettosità, gridava. Misfatti, rimproveri, castighi: una triade esotica e, ricordo oggi, invidiabile, per chi trascorreva i pomeriggi in silenzio. 
Nelle case degli altri, le merende erano cerimonie. Ci si lavava le mani: prima e dopo. 
E i fratelli giocavano con materiali di costruzione, c’era odore di balsa bruciata per aeroplani, si cambiavano pile, edificavano ponti e si fondeva in cucina e con mille attenzioni il piombo per i soldatini. 
Esisteva un mondo pratico, leggibile. Istruzioni e precauzioni. Obblighi e ricompense. Le planimetrie delle altre famiglie.

 

Io ero abituato a un mondo galleggiante, vago, tenuto a terra da una rete di teorie spesso ottime e dalla scommessa sul valore educativo dell’esempio.
 Un pomeriggio scoprii che la madre di un mio amico beveva di nascosto dalla famiglia versando da splendide bottiglie di vetro e quando si accorse che l’avevo vista, mi mandò un bacio con le dita.
 Una sera in cui mi ero attardato, assistei a un rito prima di cena, un quartetto di archi e pianoforte: madre, padre, due fratelli. Non mi ero mai avventurato così lontano. Quell’affiatamento, le quattro sedie già disposte, il gesto del padre da cui tutto fluiva. Erano le finzioni, le regole da seguire o disubbidire i tradimenti, nomignoli e alleanze ad attrarmi. Libri, musica, arte, viaggi e amici più grandi sopperivano in parte ma, quando tornavo da quei pomeriggi all’estero, sempre nel centro di Milano, rimpiangevo quel costante rimpallo di bene così, male così.
 Passati anni, sono finalmente “tornato” a casa. Non ho aspettato troppo. Leggendo e leggendo è arrivata l’adolescenza, quando certe libertà date per scontate e l’abitudine alla responsabilità mi avrebbero ripagato. Il varco temporale si era chiuso, il jet lag recuperato. 

 

“Planimetria di una famiglia felice”, di Lia Piano, è in libreria per Bompiani

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