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Le giuste idee di Anna Bravo sull’aborto e il contrasto civile con la nostra moratoria

Le riflessioni della storica le costarono accuse di tradimento

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

10 Dicembre 2019 alle 20:19

In ricordo di Anna Bravo

Anna Bravo (screenshot da Youtube)

Poiché aveva avuto il dono di essere donna, era arrivata prima di noi – di noi foglianti della moratoria sull’aborto, dicembre 2007 e seguenti, sebbene Giuliano Ferrara sullo “scandalo supremo del nostro tempo” riflettesse da tempo. Una traccia scritta, segno di pensieri già messi in ordine, l’aveva lasciata nel 2005, nella rivista Genesis, interrogandosi sulla “immaturità” delle donne (il movimento femminista, per nome collettivo) nei ’70 sull’aborto: “Tendevamo a sorvolare sul fatto che le vittime erano due, la donna e anche il feto”, come sintetizzò in una intervista. “Che il feto fosse materia vivente, non implicava considerarlo una vita. Né nei nostri documenti c’è mai traccia della sofferenza del feto prodotta dall’interruzione di gravidanza. Gli farà male? E quando? Dopo la ventiquattresima settimana? C’è modo di porvi rimedio? Non eravamo sfiorate da timori o inquietudini”.

  

Qualche anno dopo, nel 2008 fatidico per i foglianti della moratoria, nel libro “A colpi di cuore - Storie del Sessantotto”, tornò a riconsiderare quelle domande, riflessioni come questa: “Io considero l’aborto volontario ingiudicabile ma non in-nocente (= che non nuoce), e non indifferente; è da non criminalizzare e da non banalizzare, due mali entrambi verificatisi”. In una presentazione pubblica del libro (le elezioni si erano già svolte) ripeté che ciò che non si ammetteva (non si ammette) è che “le vittime fossero due. Sono due corpi, due cuori. Per aver detto queste cose mi hanno tolto il saluto, come traditrice”. Non per essersi dichiarata contraria all’aborto, non per aver messo in discussione la legge 194 (non lo fece neppure mai il Foglio, nonostante le falsificazioni degli interessati a non comprendere), ma per essersi posta la domanda su un fatto “non indifferente” e sulla sua banalizzazione.

   

Quando il Foglio lanciò la campagna per la moratoria, controcanto (o compimento) ideale della moratoria sulla pena di morte che era stata votata all’Onu, il tema fu esattamente, o semplicemente, quel “non indifferente” accusato – come si accusa un dato di fatto – da Anna Bravo. Un invito senza sarcasmo a tutte le “buone coscienze” a riflettere sul dato evidente – 35 anni dopo Roe contro Wade, 30 dopo la 194 – che l’aborto era divenuto una faccenduola moralmente indifferente, un metodo di contraccezione ex post come un altro, o addirittura si era fortificato come un diritto positivo, tutt’al più di privacy. Una “sordità morale” che non veniva scossa nemmeno dall’aborto eugenetico o dalla strage delle bambine in Asia. La “ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna” non lacerava quasi nessuno, fuori dal cerchio magico della religione. Alcune donne, pur non condividendo, sul quello stesso “non indifferente” invece da tempo riflettevano.

  

Anna Bravo, in quella fine di 2007, fu per il Foglio una interlocutrice intelligente, non in accordo, ma attenta alle ragioni e, senza sforzo, civile in quel clima d’odio e di molte fesserie e più spesso di superficialità infastidita. Ci disse: “Per dare un giudizio sull’idea di moratoria per l’aborto oggi non userei più slogan come ‘l’utero è mio’, frase che non tiene conto del fatto che, se l’utero è abitato, necessariamente non è più solo tuo”. Distingueva: “Trovo però abusiva l’analogia tra pena di morte e aborto. Un conto è lo stato che ti toglie la vita, un conto è la madre che, proprio perché può darla, nega la vita al feto o al bambino. Da una parte c’è il piano giuridico, dall’altra un groviglio inestricabile di biologico, esistenziale, fisico, simbolico. Chi fa la magia bianca fa anche quella nera, è nella natura”.

  

“Se l’utero è abitato”, è una proposizione bella, degna di nota. Forse è il nocciolo della riflessione di Anna Bravo, ma che cosa pensino le donne dell’aborto gli uomini non devono azzardarsi a stabilire. E’ il primo, o principale, dei motivi per cui si schierò con Adriano Sofri (che Anna Bravo ha ricordato qui ieri nella Piccola Posta, per altri motivi importanti), perché “gli sembra (a Sofri, ndr) che Ferrara coltivi l’illusione di poter conoscere l’esperienza dell’aborto”, scrisse su Repubblica recensendo il pamphlet “Contro Giuliano”. Più altre sottolineature, sottili e dirimenti, tanto più per le donne che si sono formate nel sistema di pensiero del femminismo sessantottino. Ma ora importano le cose che Anna Bravo ha dette, ci ha dette, e anche il modo, educato alla non violenza che coltivava, di una interlocuzione non facile, ma irrinunciabile. Aveva parlato, in altre occasioni, di “un atto di guerra dei grandi/sani/uniti contro l’imperfetto/piccolo/solo”. Un sasso doloroso nella grande indifferenza.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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