Modella Emilia

Marianna Rizzini

Leghista con radici nella Bologna rossa ma ora più salviniana di Salvini. Chi è Lucia Borgonzoni, che vuole distruggere il “sistema Pd-Coop rosse”

Promette “il giro dell’Emilia in ottanta giorni” Matteo Salvini, mentre annuncia di voler compiere “una rivoluzione pacifica”, a partire dalla Bologna dove si reca sempre più spesso e dove andrà con la grancassa il 14 novembre per un comizio al Paladozza con la candidata alla Regione Lucia Borgonzoni, quarantatreenne senatrice ed ex sottosegretario ai Beni culturali con delega al Cinema nel governo gialloverde – e c’è ancora chi ricorda, tra i critici e gli addetti ai lavori vagolanti in cerca di un motoscafo in una sera di pioggia al Lido di Venezia, durante la Mostra del 2018, una ancora poco conosciuta ma baldanzosa Borgonzoni dirigersi verso una cena, in mezzo a produttori cinesi e italiani, commentando film appena visti con parole non proprio da esperto cinefilo, e senza nasconderlo.

 

Ma tant’è: Borgonzoni è la donna che, a “Un giorno da Pecora” su Radio1, appena nominata, aveva, non si sa se con candore o con aderenza allo spirito dei tempi della non competenza specifica, dichiarato che sì, non leggeva un libro da tre anni, ma che avrebbe recuperato presto, visto il ruolo da sottosegretario alla Cultura. E insomma ora Borgonzoni si prepara a quella che, per motivi opposti, da destra e da sinistra, è considerata la “madre di tutte le battaglie”, sia implicitamente sia esplicitamente, che ci sia o meno la riedizione dell’alleanza nazionale rossogialla. In ogni caso, infatti, il governatore uscente pd Stefano Bonaccini e Lucia Borgonzoni si scontreranno, ma in situazione sulla carta molto diversa da quella del 2016, quando l’attuale candidata alla poltrona di governatore si era invece candidata a sindaco di Bologna, sfidando il sindaco di centrosinistra (anche lui allora uscente) Virginio Merola, poi riconfermato al ballottaggio in cui la futura senatrice leghista ottenne il 45 per cento dei voti – e però non con l’endorsement dell’ex sindaco di centrodestra ed “eccezione” bolognese Giorgio Guazzaloca, già macellaio, che nel 1999 aveva conquistato la città rossa. Ma nel 2016 Guazzaloca diceva “la mia era un’altra epoca”, e a Borgonzoni consigliava di “ragionare sul futuro” assieme “ai suoi avversari”, ché non era più tempo “degli esami dell’alto dei politici che non ci piacciono, dei pregiudizi, della sinistra da bordo piscina, dei polli di batteria”. (Faceva anche una sorta di profezia sui Cinque stelle, Guazzaloca, profezia poi non verificatasi nei fatti, vedi governi Conte uno e due: “Sono l’unico partito, raggruppamento, si chiamino come vogliono, che sta mettendo in campo una parvenza di classe dirigente”).


La candidata leghista alla Regione è in campagna da anni. Col gruppo dei “quarantenni” già immagina chi mettere dove nella sua Bologna 


E mentre il Pd e i Cinque stelle si trovano ora nella situazione di chi, dopo la foto di Narni e il voto non vittorioso in Umbria, deve calibrare ogni singola mossa, Borgonzoni e Salvini si trovano nella situazione opposta: più le mosse sono tonitruanti meglio è, a cominciare dal comizio della sera di Halloween a Parma, la città dell’ex grillino Federico Pizzarotti, dove il leader della Lega è sbarcato al grido di “sinistra a casa, faremo la storia. Lucia dovrà lavorare per rimediare a questi cinquant’anni, altro che pulizie di primavera. L’abbiamo scelta non perché è donna, ma perché è brava e non guarderà in faccia a nessuno”. E siccome Pizzarotti avanzava dubbi – della serie “Salvini non conosce l’Emilia-Romagna” – Borgonzoni, la donna che in Senato, nel settembre scorso, durante la discussione sulla fiducia al secondo governo Conte, aveva indossato la maglietta “parliamo di Bibbiano”, con allusione al caso degli affidi illeciti, rilasciava dichiarazioni non certo improntate al competere con diplomazia, a partire da quello che definiva “sistema Pd-Coop rosse”, con accuse che provocavano immediata redazione dei democratici. “Il Pd ha vinto intimidendo i lavoratori con liste di proscrizione”, diceva, aggiungendo, all’indirizzo di Pizzarotti, di aver notato “un certo nervosismo” nelle parole del sindaco di Parma, “lo stesso nervosismo palpabile nelle dichiarazioni del suo pigmalione Stefano Bonaccini”. E la conclusione non era improntata all’appeasement: “Per caso Pizzarotti rosica perché ieri ad ascoltare Matteo Salvini e la sottoscritta c’erano tantissimi parmigiani, nella centrale via Farini? Gli sveliamo un segreto: fino a che invece di fare il sindaco e di occuparsi di sicurezza, strade, decoro, asili, si occuperà di certificati antifascisti per i passi carrabili, non si meravigli se la gente vota Lega”.

Laureata alle Belle Arti, già candidata a sindaco contro Virginio Merola, oltranzista del “prima i bolognesi” (e gli italiani)

 

E di questo passo Borgonzoni procede verso il 14 novembre, giorno di lancio ufficiale della campagna, passando però per il Polesine parmense, dove saluterà i partecipanti alla sagra del maiale “November porc”, e sul litorale romagnolo, mentre il segretario pd Nicola Zingaretti, sempre a Bologna, ma con qualche giorno di anticipo, riunirà mille sostenitori con un evento-cena in cui si punterà a blindare e se possibile rilanciare quello che i sondaggi, al momento, danno come punto percentuale e mezzo in più sulla sfidante leghista, troppo poco per stare tranquilli ma abbastanza, in questo momento amaro, per potersi presentare agli elettori di quello che era un feudo intoccabile, a parte la parentesi Guazzaloca, senza avere un’aria preoccupata. E ci si domanda, da Roma, e dal Nazareno, come ci possa ritrovare sfidati in casa propria, per cosi dire, e di nuovo, da colei che, ai tempi della sfida con Merola, si presentò in televisione con stivali da combattimento al grido di “no al degrado”. E già allora c’era chi le ricordava il nonno partigiano comunista, il pittore Aldo, da cui ha preso non la fede politica ma la passione per l’arte figurativa: Borgonzoni infatti è laureata all’Accademia di Belle Arti con una tesi in Fenomenologia degli stili, e in passato aveva cominciato a lavorare come “interior designer”, cioè arredatrice di locali pubblici, prima che divampasse definitivamente la passione per la causa leghista, sposata da giovanissima ed ereditata dalla madre, leghista della primissima ora (a differenza del padre, che ha già dichiarato di votare per Bonaccini, come tre anni fa dichiarò di votare per Merola).


La foto da “centro sociale”, il nonno pittore partigiano, la fede politica di destra presa dalla madre. Il Mibac e i libri non letti 


Per la causa leghista Lucia Borgonzoni s’è fatta politico di professione lungo tutto il cursus locale, dal tesseramento alla Provincia al Comune, dove il passaggio da consigliera a candidata sindaco fu visto come scontato evolversi degli eventi per colei che si aggirava dicendo “prima i bolognesi”. E pazienza se un amico degli anni pre-salviniani, proprio a ridosso della campagna elettorale per il Comune, aveva postato su Facebook una foto di Borgonzoni in un casale occupato dai centri sociali, vicino a uno stereo: la futura senatrice diceva allora che sì, era stata barista al Link, locale della Bologna alternativa, ma che tutti sapevano che era leghista, e che sì, aveva frequentato i centri sociali, “però allora erano diversi” come le persone che ci andavano (vedi Salvini a Milano). D’altronde la futura sottosegretaria – una che negli anni in cui era sindaco Sergio Cofferati, allora detto “sceriffo rosso”, da destra proponeva di mettere un tetto al numero di negozi per stranieri – già da adolescente partecipava alle iniziative leghiste con sua madre (“mi faceva trovare tutto il ‘merchandising’ su Alberto da Giussano”, ha detto una volta, plaudendo ex post a quel “lavaggio del cervello” che l’aveva resa diversa dalla maggioranza dei coetanei nella città rossa per antonomasia). Leghista, per Borgonzoni, dev’essere quindi inteso in senso purista, se è vero che quando è andata al governo con la Lega, con contratto Lega-Cinque stelle, l’ex sottosegretaria non nascondeva il disaccordo dalla linea del ministro della Cultura indicato dai Cinque stelle Alberto Bonisoli, autore della cosiddetta “controriforma dei musei”, tanto da spingersi poi a dire “bravo”, nei giorni della fiducia al governo Conte II, all’attuale ministro pd della Cultura Dario Franceschini: “Bravo se stopperà i provvedimenti Bonisoli sulla riforma del Mibac e l’autonomia dei musei, sui quali non ero d’accordo”.

Quando doveva occuparsi di cinema da neofita tra cinefili, e di degrado nella città in cui anche Cofferati si era fatto “sceriffo”

 

Ed è chiaro che Bologna chiama, ma è anche chiaro che Borgonzoni Roma non l’ha dimenticata: la senatrice viene considerata infatti al centro del cosiddetto “gruppo dei quarantenni” leghisti, da Nicola Molteni a Stefano Candiani, con cui discetta in prospettiva e anche al ristorante di futuri scenari: più che un wishful thinking, una sorta di mappa di “chi andrà dove” nell’Emilia-Romagna che la Lega sogna già sua: il tormentone per il 26 gennaio, giorno delle urne, è “faremo lavorare chi se lo merita, chi è più bravo e non chi è amico del Pd”, anche se è sull’immigrazione che Borgonzoni naturalmente insiste, che si trovi a un dibattito tv, dove un giorno si è scontrata duramente con il vignettista Vauro, o a colloquio con il premier Giuseppe Conte (durante la crisi di governo, a proposito di Decreti sicurezza) o nelle interviste in cui parla di Unione europea e politiche sui migranti. Non nella vita privata: ha dichiarato recentemente, sempre a “Un giorno da pecora”, di non parlare di politica con il fidanzato di sinistra, molto di sinistra, “uno dei pochi rimasti a sinistra”, di cui dice di essersi innamorata a prima vista, ma con cui per ora non pensa di sposarsi. Sulle unioni civili non era su linee da ultrà cattolico (“vanno riconosciuti a tutti gli individui gli stessi diritti personali”), pur criticando la legge Cirinnà, da Borgonzoni definita “un cavallo di Troia per legalizzare in modo ipocrita l’utero in affitto”. E però Borgonzoni non è un’esponente leghista d’antan, da profondo nord: abita da sempre nel centro borghese di Bologna, ed è cresciuta in una casa dove si raccontava dell’amicizia tra il nonno e Renato Guttuso.

 

Non si definisce frutto delle quote rose, e quando qualcuno le dice che Giorgia Meloni non la considera una candidata forte, risponde che le cose lette sui giornali vanno prese con le pinze, e che quando incontra la leader di Fratelli d’Italia non ha mai questa impressione, viste anche le percentuali da lei raccolte nel 2016 a Bologna, ripetute in questi giorni come formula propiziatoria del voto regionale che verrà: “La coalizione di centrodestra prese il 22,3 per cento al primo turno. Al ballottaggio mi ha votata il 45,4 per cento dei bolognesi”. Ma sempre a Bologna c’è chi, come l’assessore alla Cultura Matteo Lepore, ricorda polemicamente i suoi trascorsi. Come due giorni fa con un video su Facebook: “Il 27 gennaio 2012”, diceva Lepore, “io ero un giovane assessore, lei una giovane consigliera, dal banco del Consiglio comunale mi ha presentato una domanda che recitava così: ‘Alla luce della presenza di numerose moschee nella città di Bologna si chiede alla giunta e al sindaco di provvedere a una schedatura, a un censimento dei cittadini di fede musulmana’. A parte che moschee a Bologna ancora non ci sono, ci sono solo sale di preghiera, io voglio chiedere a voi, e in particolar modo a Lucia Borgonzoni: è degna di un paese civile la schedatura dei cittadini di religione musulmana, sia che siano italiani sia che siano stranieri?”. Intanto, la candidata salviniana si prepara a scalare la regione rossa a partire da Reggio Emilia, dove si recherà nel fine settimane. E sugli avversari ostenta certezze, come ha detto qualche giorno fa a Otto e mezzo: “In Emilia-Romagna c’è una chiara volontà di cambiamento, di aria nuova” e alla Stampa: “Il Pd può fare tutti gli accordi che vuole, ma gli elettori non sono pacchi postali, non sono degli stupidi del villaggio che loro possono portare di qua e di là. Gli elettori grillini non votano Bonaccini perché hanno smesso di votare il Pd proprio a causa di Bonaccini”. E mentre il novembre delle sagre e delle nebbie avanza, la candidata che da ragazza dipingeva i contorni verde-Lega di un nuovo modello Emilia, a suo avviso già gradito agli emiliani.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.