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Salvini cerca la redenzione in Umbria dopo i colpi di sole del Papeete

Perché gli alleati dell’ex Truce provano a usare le elezioni amministrative per moderare il leader della Lega

27 Settembre 2019 alle 06:00

Salvini cerca la redenzione in Umbria dopo i colpi di sole del Papeete

Salvini in visita sul lago Trasimeno (foto LaPresse)

Roma. Era l’uomo più potente d’Italia, ministro dell’Interno e più presidente lui del vero presidente del Consiglio, Beppe Conte, il premier buono per tutte le stagioni. Dopo il colpo di sole del Papeete – un caso di autocomplotto – l’umbratile Matteo Salvini è caduto da cavallo e adesso cerca nell’Umbria un rilancio, anzitutto di se stesso. L’ha trasformata in una battaglia nazionale contro l’esecutivo, dove Pd e Cinque stelle governano in allegria tra nuove tasse (sulle merendine, sui voli, sul gasolio agricolo) e nuovi franceschiniani contenitori per un centrosinistra a guida grillina. E quasi s’è accampato, il capo della Lega, in Umbria.

 

Ieri a Passignano sul Trasimeno, a San Feliciano, a Castiglione del Lago, il giorno prima a Città della Pieve, la settimana prima a Gualdo Tadino e poi a Gubbio. La maggioranza giallo-rosé ha scelto il candidato unitario previa riunione (il Pd) e piattaforma Rousseau (il M5s), Salvini ha da mesi candidato la senatrice Donatella Tesei, ex sindaco di Montefalco, scelta ben prima che ci fosse la crisi di governo e l’autodefenestrazione dal Viminale. Scelta proprio nei giorni in cui si dimetteva Catiuscia Marini da presidente dell’Umbria, con lo scoppio di Sanitopoli. Pare passata un’èra geologica, ma in realtà sono trascorsi pochi mesi da quando i Cinque stelle si vantavano sul Sacro Blog di essere stati loro a far partire l’inchiesta contro il Pd. Il Truciolo, ex Truce, se ne va in giro a far comizi per l’Umbria perché intravede la possibilità della vittoria, che avrebbe non solo un significato locale ma appunto anche nazionale. Al pari delle altre regioni (ex) rosse che vanno al voto. Come l’Emilia. “Se perdiamo quella cade il governo”, s’affrettano a dire i dirigenti del Pd che seguono il dossier emiliano, dove Stefano Bonaccini ha così timore di perdere che pure lui, come altri, ha aperto al dialogo con il M5s. “Che le alleanze vadano fatte sul territorio e non a Roma, a tavolino, è evidente. Ed è altrettanto evidente che il nuovo quadro politico nazionale richiede di verificare anche sul territorio se ci siano le condizioni per un’alleanza”, ha detto in un’intervista alla Stampa.

 

Per Salvini queste regionali sono anche un test per cercare di allargare il centrodestra senza rinchiudersi nell’identitarismo leghista. Certo, alcune candidature non si possono ritirare, come quella di Tesei. Altrove, invece, c’è ancora margine per aprire alla società civile, che adesso piace a tutti perché sembra che non ci sia partito che oggi non abbia qualcosa di cui vergognarsi. Lo ha detto martedì scorso in Calabria, terra d’elezione del senatore Salvini, dove si voterà a breve (ancora non c’è la data). Finora il metodo leghista è stato imporre la propria candidatura (Tesei in Umbria, Lucia Borgonzoni in Emilia). In questo caso, Salvini potrebbe abbracciare uno schema diverso. “Il massimo sarebbe una candidatura indipendente, libera, nuova, che nasce dai territori e non viene imposta da questo o da quel partito”. Un centrodestra, ha specificato Salvini, “allargato, sempre più allargato, con forze nuove, con liste civiche, con sindaci, con gente che non ha mai fatto politica. Non possiamo riproporre la stessa ricetta che andava bene trent’anni fa. Partire da lì, perché con quella squadra governiamo in tante regioni e in tanti comuni, però includendo persone e soggetti nuovi”.

 

Dopo aver balcanizzato il centrodestra, Salvini parrebbe dunque disposto a lasciare spazio al mitologico civismo, usato da settimane come scusa per unire ciò che non riuscirebbe altrimenti a stare insieme (si veda, appunto, l’alleanza Pd-Cinque stelle). Il prossimo passo, per l’ex Truce, sarà dire che serve un centrodestra più “riformista”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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