La cattiva coscienza di Salvini su reddito di cittadinanza e terrorismo

Valerio Valentini

La Lega protesta contro il caso Saraceni. Ma quando si votò per escludere i colpevoli di reati gravi (tra cui il terrorismo) dalla platea dei beneficiari, si oppose. La testimonianza dei forzisti Zanettin e Costa

Roma. L’imbarazzo gli scolpisce il viso, a Nicola Molteni. “Dai, su, fate i bravi, non ci chiedete nulla”, sospira il colonnello leghista, già braccio destro di Matteo Salvini al Viminale, mentre dribbla i cronisti in Transatlantico. Guardandosi bene, però, dall’entrare in Aula. Perché, da lunedì, il Carroccio è in sciopero, sta sull’Aventino. E il perché lo spiega il capogruppo Riccardo Molinari: “Il reddito di cittadinanza all’ex brigatista Federica Saraceni condannata per l’omicidio di Massimo D’Antona è un insulto intollerabile per i parenti della vittima e per tutte le persone perbene. La Lega non parteciperà a nessun lavoro d’aula e di commissione finché il governo non spiegherà questo scandalo e quest’ingiustizia sarà sanata”. Ma chi ha permesso che questa ingiustizia, vera o presunta che sia, venisse introdotta? Proprio la Lega, manco a dirlo. E non solo perché il reddito di cittadinanza è divenuto legge grazie ai voti di tutti gli uomini del Capitano, lo stesso che ora sbraita e si straccia le vesti. Ma anche perché, quando fu proposto di correggere questa stortura, la Lega, insieme al M5s, si oppose.

 

“Sono patetici”, dice infatti Pier Antonio Zanettin, a vedere la protesta dei parlamentari del Carroccio. E lo dice a ragion veduta, il deputato veneto di Forza Italia. Perché fu proprio lui, nel marzo scorso, a chiedere che venisse negata l’erogazione del sussidio grilloleghista a chi si era macchiato di reati gravi tra i quali, guarda caso, il terrorismo. “Presentai un emendamento specifico in commissione Lavoro – ricorda Zanettin – e poi ribadii l’allerta in commissione Giustizia”. Ed entrambe le volte, i leghisti abbassarono la testa, e si opposero. I resoconti dei lavori parlamentari parlano chiaro: era il 13 marzo quando Zanettin spiegava che, a suo avviso, “il provvedimento in discussione avrebbe dovuto prevedere, tra i requisiti soggettivi per accedere al reddito di cittadinanza, l’assenza di condanne per i soggetti interessati al beneficio”, e tra questi, appunto, il terrorismo. “Tale mancata previsione costituisce un punto di debolezza del decreto-legge in esame in quanto soggetti che si sono macchiati di reati gravi o infamanti non dovrebbero poter accedere a tale misura”. Nulla di fatto. “Poi, quello stesso emendamento lo ripresentai in Aula – prosegue il deputato azzurro – ma decadde perché, sul decreto, venne posta la fiducia”.

 

E così il decreto di cittadinanza è stato approvato così com’era stato pensato dal governo, e in particolare da Luigi Di Maio. Che ora promette modifiche ad hoc e che per questo ha già sollecitato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Ma che, nella formulazione originaria, aveva previsto, come unici ostativi alla fruizione del reddito di cittadinanza, l’aver commesso il reato di truffa aggravata, e l’aver ricevuto una condanna, in ogni caso, nei dieci anni precedenti alla data di richiesta del sussidio. Ed ecco perché la Saraceni, che nel 2008 è stata condannata per l’omicidio di D’Antona e che sconta la sua pena ai domiciliari dal febbraio 2009, ha potuto vedere accolta la sua richiesta di percezione del reddito. “Io segnalai l’anomalia in commissione Giustizia”, dice Enrico Costa, pure lui di Forza Italia. “Leghisti e grillini s’erano dimostrati ipergiustiazilisti gli uni con la legge sulla legittima difesa, gli altri col cosiddetto ‘spazzacorrotti’. E però, sulla concessione del reddito di cittadinanza, tenevano atteggiamenti molto più morbidi”. Sarà anche ricordando questa incoerenza che un paio di leghisti, incrociando Costa, gli hanno chiesto di non rievocare il caso: “D’altronde – sospirano dal Carroccio – già ci stanno massacrando sui social i nostri attivisti”.