Lo scandalo del reddito di cittadinanza alla ex brigatista

Massimo Adinolfi

E allora dite che un’assassina può morire di fame, lei e tutta la sua stirpe

Non so quale sia il modo migliore per impressionare l’opinione pubblica e lucrare sulla vicenda: “Brigatista in panciolle riceve soldi dallo Stato”? Oppure, più direttamente: “Uccidi e ti sarà dato”? In un caso o nell’altro, e nei molti altri casi in cui la vicenda è rimbalzata sui giornali, prevale su tutto l’indignazione: diamo il reddito di cittadinanza agli assassini? Che enormità! La Lega ha addirittura annunciato di voler bloccare il Parlamento finché il sussidio non sarà ritirato, ma anche nella maggioranza, anche nel Pd si percepisce l’imbarazzo: c’è qualcosa che non va, nella legge, qualcosa non ha funzionato, controlleremo, verificheremo, correggeremo.

  

Evidentemente, nessuno ha il coraggio di dire che una legge, che fornisce un sostegno economico a una persona che è agli arresti domiciliari e ha due figli a carico, non è affatto una cattiva legge. Non si trova uno straccio di parlamentare – ma neanche un magistrato, per la verità – che prenda in faccia il vento dell’impopolarità e dica: forse è giusto, forse ha senso, forse può servire. Non benché, ma proprio perché la legge aiuta una detenuta, che ha certamente qualche difficoltà in più, non in meno, a trovare un lavoro e di che sfamare i propri figli.

 

Oppure si ritiene che un’assassina può (o deve) morire di fame, lei e tutta la stirpe che ha generato? Se è così, perché non dovremmo essere coerenti e abolire le mense in carcere, almeno per coloro che si sono macchiati di reati di sangue? Che se la vedano da soli! Oppure: perché non irridiamo e additiamo indignati al pubblico ludibrio coloro che si preoccupano della qualità della vita dei detenuti, dell’affettività, dell’igiene o del cibo negli istituti penitenziari? Che sono tutte queste manfrine, tutte queste smancerie? Questi sono delinquenti, gente che ha sparato, gente che ha ammazzato: se la sono cercata, che vogliono ora? Questa del resto è la logica del “buttare via la chiave” e del far marcire in galera: probabilmente, il solo fatto che Federica Saraceni non sia rinchiusa in qualche gattabuia desta rabbia, in coloro per i quali il reinserimento e la finalità rieducativa sono tutte stronzate (scritte, però, nella Costituzione).

 

In questo caso, la legge considera che una persona in determinate condizioni economiche, a più di dieci anni di distanza dalla sentenza, può essere fatta oggetto di certe politiche di assistenza. Il presidente dell’Inps ha confermato: i requisiti di indigenza sussistono; per questo, a meno che non si ritenga sia giusto che un’ex terrorista versi in condizioni di povertà, insieme con la sua prole maledetta, a meno di non avere una concezione vendicativa della giustizia penale, che si riverberi anche sulle condizioni economiche e sociali, non riesco a vedere nulla di sbagliato in tutto ciò. Vedo al contrario qualcosa di nobile, che fa la superiorità etica dello Stato sulla stupida violenza criminale.

 

Ma certo, lo hanno chiamato reddito di cittadinanza e ora si accorgono che non avevano le idee chiare su cosa significasse cittadinanza: quali obblighi, quali doveri ma anche quali diritti. Non è la sola cosa su cui non avevano le idee chiare, quando, con l’introduzione del reddito, hanno addirittura abolito la povertà (così disse l’attuale ministro degli esteri, che la Farnesina l’abbia in gloria). Ma questa è un’altra storia, e non è il caso di rifarla qui, dove si parla di diritti, dignità, umanità: queste sconosciute. Certo, è un paradosso che il reddito vada a chi ha ucciso un uomo la cui missione di studioso fu quella di aiutare i bisognosi. Ma è un paradosso che squassa la coscienza di chi commise quel delitto, ma che uno Stato può e deve invece rivendicare a suo merito. Non vergognarsene, come purtroppo sta accadendo.