Sotto la Nadef

Renzo Rosati

La rivoluzione fiscale è rinviata. La discussione sulla manovra conferma che la selva di sussidi è dura a sparire

Roma. Nel momento in cui Giuseppe Conte, a poche ore dal Consiglio dei ministri dedicato alla Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef), ha annunciato che non ci sarebbero stati aumenti di Iva poiché tutti i 23,1 miliardi di copertura delle clausole europee (impegno assunto dal governo gialloverde) “sono stati trovati”, si è avuta la ragionevole certezza che l’annunciata rivoluzione fiscale è rinviata, anche per quest’anno. Dunque restano immutate le aliquote Iva, salvo forse qualche “rimodulazione” su prodotti simbolo da demandare alla legge di Bilancio attesa entro il 20 ottobre e preceduta il 15 dal documento programmatico? Vedremo.

 

Intanto nella bozza circolata si parla di svolta “green”, compresa riduzione delle spese fiscali e dei sussidi ambientalmente dannosi. Il taglio del cuneo fiscale è limitato rispetto alle ambizioni a 0,15 punti di pil, a crescere allo 0,3 nel 2021. E la guerra al contante? Anche lì, si parla di una maggiore diffusione degli strumenti di pagamento tracciabili per un incremento di gettito dello 0,4 per cento del pil, circa 7 miliardi. Come questo avverrà si capirà con precisione in seguito, se con rimborso Iva sugli acquisti elettronici, azzeramento delle commissioni su carte e bancomat, lotterie degli scontrini e istruzioni per “deboli e anziani”. Alla fine nella manovra cosa resterà? Per ora una cosa è certa. La discussione precedente la Nadef e, quella che si prepara per la legge di Bilancio, conferma una realtà e un’idea: il sistema fiscale italiano è ormai un patchwork di sussidi, sconti, compromessi che rende impossibile ogni intervento radicale e ogni taglio, verde o non verde che sia.

 


 

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A cominciare dalle mitologiche 466 (ma neppure l’ufficio Bilancio del Senato è stato in grado di quantificarle) tax expenditures, deduzioni e detrazioni pari a 140 miliardi l’anno, che dagli anni ruggenti del centrodestra a Roberto Gualtieri passando per Carlo Cottarelli tutti volevano tagliare per ridurre l’Irpef. Anche Giulio Tremonti, che ai tempi ironizzava sull’“unico paese che fa sconti sulle finestre e le palestre”.

 

E anche il Pd, partito promettendo la svolta equa e sostenibile si è accorto che, oltre ai soliti scontrini medici (prima voce delle detrazioni per 18,5 miliardi), vittime dei tagli sarebbero, innanzitutto l’agricoltura e poi l’industria, e neppure quella 4.0. In base ai parametri dei costi ambientali, l’agricoltura per ogni euro inquinante ne versa all’erario 0,07, le famiglie 1,72. Ma se si riducono i 4,9 miliardi di sussidi al gasolio e gli 1,26 miliardi di rimborso delle accise agli autotrasportatori, si rischiano i gilet gialli o simili.

 

Quanto agli studi di settore per i professionisti, sempre a rischio evasione, dal 2018 sostituiti dagli Isa (indicatori sintetici di affidabilità), in 17 anni di applicazione hanno garantito un gettito di 49,2 miliardi, cioè 19,6 più di quando non c’erano. Appena più di un miliardo all’anno.

 

In questa situazione l’unica rivoluzione è introdurre in Italia il contrasto d’interessi e la concorrenza fiscale che sono alla base delle economie di mercato: in sintesi, una fattura deve essere sempre deducibile (e chi non la emette commette un reato penale). Ma perché ciò non diventi un’ulteriore oppressione, ogni euro recuperato all’evasione andrebbe impiegato così come la Norvegia utilizza le royalty del petrolio. Là per sussidiare il welfare, qui per ridurre le tasse. Come per il fondo sovrano norvegese la gestione contabile del fondo fiscale andrebbe affidata a un’autorità indipendente, mentre la politica e i governi sceglierebbero categorie e fasce di reddito da privilegiare nella riduzione di imposte.

Del resto la maggiore economia libera del mondo, gli Stati Uniti, prevede dal 1980 l’accordo obbligatorio maggioranza-opposizione sul debito pubblico. Che è niente altro che l’impiego di ogni singolo dollaro ricavato dalle tasse, pena lo shutdown.